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La Spettatrice

1h 38'

Regia: Paolo Franchi



Paolo Franchi ordisce sulla narrazione afasica una dimensione affabulatoria a livello visivo laddove lo sguardo appare sempre in attesa di eventi da divorare. Le articolazioni varie tra personaggi, identità particolareggiate e riconoscibili, mirano alla costruzione di spazi visivi che potrebbero ben oscillare tra Fassbinder (come disposizione di piani) e Kieslowski (per il senso del Caso/Caos), senza dimenticare la componente ibrida, realistico fantastica del cinema italiano rappresentata benissimo dal cinema di Silvio Soldini. Però siamo lontani dal melodramma, o da una deriva totalmente fantastica, con presenza di segni premonitori e non, riferimento ad un Altrove trascendente. Le pietre identiche che legherebbero allo stesso destino i due amanti figurano più che altro l’illusione romantica, fatalmente distrutta da un "piccolo" lavoro di razionalità. Eppure la crescita sentimentale di Valeria (Barbora Bobulova) è alimentata da scarti, scomposizioni e ricomposizioni di espressioni, movimenti, cenni, che non trovano una spiegazione/motivazione. Il momento più interessante del film è la ricerca sotterranea tra un livello di apparenze lavorative, borghesi, di lavori riconoscibili e routinari e la traccia infuocata di un essere (umano) completamente refrattario a tali (corto)circuiti. Insomma, sembra suggerire la storia visiva di questi personaggi, le ombre e le luci sono soltanto l’essenza nebbiosa di una realtà concretamente sfuggente in ogni suo minimo dettaglio. Anche l’evoluzione di un amore in fondo appare legata ad un riconoscimento che poteva benissimo avvenire molto prima. Dice Massimo (Andrea Renzi) a proposito del suo rapporto con Flavia (Brigitte Catillon): "Sapevamo entrambi fin dall’inizio che sarebbe finito". Ciò escluderebbe in modo brutale ogni ipotetico processo di evoluzione e quindi di sperato progresso.
Anche il titolo "spettatrice" conferma questa terribile tesi. Valeria si è mossa per "niente", poiché ritorna a Torino dopo un soggiorno a Roma che lasciava presagire un trionfo del sentimento per Massimo.

Come in Soldini (Le Acrobate soprattutto) è la posizione dei personaggi che rimane sostanzialmente ignota, in equilibrio paradossale, in falso movimento, ancorché gli sviluppi narrativi siano ricchi di segmenti passionali, intrisi di scontri, timidezze, paure, sogni, amplessi, tenerezze.
Anche con Paolo Franchi siamo di fronte ad un mondo sospeso, una visione i cui riferimenti trasfigurano rapidamente in sogno, in una passione indecifrabile dell’evento. Come la locandina del film Jules et Jim che ci fa piombare in uno spazio parallelo cinematografico e non, di clone diverso, di amore ossimoro.
L’interpretazione degli attori è più che fondamentale nel bilanciare i silenzi alle parole, alcuni piccolissimi dettagli dello sguardo e della postura, in un gioco di prossemica che fa rabbrividire anche nel suo ostentato piacere onanistico. Paolo Franchi, rispetto ad altri registi italiani, non ha bisogno neanche di spazi riconoscibili (come La Mole Antonelliana di Davide Ferrario in Dopo Mezzanotte), si serve delle luci di Giuseppe Lanci solo per far esplodere/implodere la componente specchio di ogni sguardo e per moltiplicare il senso di ogni traiettoria dello spazio costruito di fronte allo sguardo. Per questo, il paragone con La Finestra di Fronte, potrebbe star stretto, giacché nel film di Ferzan Ozpetek quel gioco di fronti contrapposti rimaneva sempre scoperto. Al contrario qui è simulato sempre in modo obliquo con una tensione variabile dello sguardo, che si accorcia si allunga, si sottomette perfino alla voce, in quella sequenza da antologia, tra la cabina del traduttore e la sala dei conferenzieri, scena misteriosa e ambigua, durante la quale mancano i riferimenti, e il timbro vocale si erge come altro visibile/invisibile.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna