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L'Anima Di Un UomoThe Soul Of A Man
Regia: Wim Wenders Ricordare e ricreare: è il naturale processo delle immagini.
Visioni che sgorgano direttamente dall’immaginazione: di un evento, di alcune storie, miti
o leggende. Il sentimento celebrativo, l’apologo eroico, il cimento del percorso,
le traiettorie di un’impresa scorrono da sempre nel cinema mitopoietico di
Wenders. Per questo l’inizio del film parte da lontano. Non dal cielo sopra
Berlino, ma ancora più in alto: il cielo stellato, l’universo sterminato, la
galassia donde si vede il pianeta Terra, con i suoi stupefacenti colori. E poi
l’oggetto/segno della civiltà umana. Il Voyager che naviga nello spazio
profondo da oltre vent’anni, portando con sé le testimonianze di “tutto il meglio
della specie umana”, anche la musica blues. Da questa palese suggestione
romantica Wenders comincia il racconto umano dei suoi eroi preferiti: Blind
Willie Jonhson, Skip James, J. B. Lenoir. Una storia che deve rivelarsi perché
per molti tratti dimenticata o perduta tra mille supposizioni. La ricostruzione,
con una vecchia cinepresa a manovella degli anni venti, è uno sprofondamento
dell’occhio in immagini di luoghi remoti (o perduti per sempre). Questa
operazione dal film è una rivalsa contro la severità della vita pronta a
cancellare le tracce delle nostre preziose memorie. Ricreare il supporto
significa automaticamente ricreare memoria, testimonianza e ricordo. La vita
(vera) “che se ne frega di tutto sì” (tanto per citare Vasco Rossi che poteva
starci benissimo nel film). La vita che è sempre al di qua, al di là delle
storie trionfanti, sempre meschina e piccola nella sua quotidianità che va
affrontata senza esitazioni. Pochissimi momenti di vita decidono
misteriosamente il corso degli eventi. Come Skip James che dopo la seduta di
registrazione del 1931 si aspetta un futuro di successo ed invece la sua vita è
annichilita dalla Storia (quella con la S maiuscola, la storia collettiva).
Crollo della Paramount, Grande Depressione, ecc. La sua musica precipita
nell’oblio fino al festival folk di Newport, nel 1964, alla riscoperta e infine
alla consacrazione, che è cresciuta dopo la sua morte nel 1969.
La storia di Skip James non è molto diversa da quella di
Blind Willie Johnson e J. B. Lenoir. La leggenda avvolge anche la vita degli
altri due musicisti. Su Lenoir Wenders ci offre una preziosa documentazione, le
immagini rare di due registi svedesi, che avevano girato un documentario su
Lenoir, un’opera che nessuno vide allora perché rifiutata anche dalla
televisione svedese. Il piacere di sognare la vita di questi “eroi” è la parte più interessante del film, perché rivela le anime di uomini e non il racconto aridamente biografico di alcuni musicisti. Wenders è riuscito, pur in una prospettiva documentaristica, molto filologica, a fare un’opera di fiction (sebbene si è d’accordo col punto di vista di Luca Bandirali che in "Musica per immagine" afferma che “il documentario musicale resti ancorato saldamente al reale per quanto tentato dalla sua spettacolarizzazione”). Ma qui la fiction è narrativa nel senso del racconto fuori campo con la voce over (di Willie Blind Johnson, per niente invasiva) che tesse i fili e spinge chiaramente lo spettatore verso la gloria dei protagonisti, con le facili adulazioni dei personaggi, gli eccessi ricostruttivi (che però sono legittimi), i trucchi, gli effetti speciali, che ci fanno vedere e conoscere personaggi unici, perché sostanzialmente immaginati. Parte non meno eccitante del film è l’incontro dei musicisti contemporanei. Le rielaborazioni che piacciono a Wenders dei tradizionali giri di blues vanno quasi tutte nelle direzioni di un rock-blues (Nick Cave, Lou Reed) e perfino di un hard rock blues (la definizione però è mia) come quello di Jon Spencer, rielaborazioni molto libere che troviamo già nella mitica cover “I’m so glad” dei Cream. © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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