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La Sottile Linea Rossa

The Thin Red Line - 2h 50'

Regia: Terrence Malick



C'è una sottile linea rossa che separa il sano dal pazzo. C'è una sottile linea rossa che separa il paradiso dall'inferno, la vita dalla morte. C'è una sottile linea rossa che separa il bene dal male, la pace dalla guerra. O meglio, c'era una sottile linea rossa ed ora non c'è più.
E' la seconda guerra mondiale e sembra quella del Vietnam. Il luogo dell'azione militare è l'isola di Guadalcanal e sembra di essere in Indocina. Una guerra, nessuna guerra, tutte le guerre nel nuovo film di Terrence Malick. Dopo vent'anni di autoesilio Malick torna a dirigere un film. Autore culto con soli due film La Rabbia Giovane e I Giorni Del Cielo, il regista americano sembra non aver smarrito il tocco poetico che aveva contraddistinto le due opere precedenti.
Tratto dall'omonimo romanzo di James Jones, La Sottile Linea Rossa racconta le vicende di un gruppo di fucilieri, la compagnia C - come - Charlie, impegnati nella campagna militare americana del Sud Pacifico. Una operazione bellica atta ad arrestare l'avanzata dei giapponesi in quella particolare area geografica. Punto cruciale per il controllo di quella fetta di mondo è l'isola di Guadalcanal, sede di una importante base aerea giapponese. Per arrivare a controllare il campo d'aviazione è necessario prima conquistare la collina 210 che protegge e controlla tutta l'area del campo. Una collina fortificata e protetta strenuamente da un nemico invisibile. Arrivati nel paradiso terrestre i soldati americani incontrano i loro demoni. Quante vite umane può valere la conquista di un lembo di giungla? Proprietà. Proprietà. Tutto per la proprietà.

Ben presto il film smarrisce la sottile linea rossa della trama e si trasforma in una lunga ed irrazionale riflessione sull'animo umano. In un film corale, fatto di uomini, volti, corpi. Non c'è posto a Guadalcanal per gli eroi di Salvate Il Soldato Ryan. I demoni, le paure che attanagliano ogni uomo nella sua intimità si materializzano nelle figure anonime e senza volto del nemico. Lo stesso volto impregnato di fango, percorso dal sudore, e stravolto dal terrore dei soldati americani. Combatti, spari, uccidi e muori per scoprire che il nemico è un uomo come te. Urla, piange, si porta le mani al capo proprio come hai fatto tu. Indiani e cowboy! Indiani e cowboy! Tutti giocano a indiani e cowboy. Nessun progresso in questa guerra, nessun significato e soprattutto nessuna fine, nessun orizzonte. Nessun soldato Ryan da trovare e riportare a casa sano e salvo. Solo azioni di guerra tra azioni di guerra, feriti tra i feriti, morti tra i morti. Tutto (ri)torna con estenuante e ripetitiva cadenza ritmica. Una lunga guerra di posizione, di attesa, di immobilità che libera il pensiero nell'irreale silenzio del conflitto. Voci interiori, pensieri, ricordi. Mentre strisciano nel fango, mangiano la polvere e imbrattano di sangue i lunghi e sottili fili d'erba il pensiero sfugge verso l'alto in un atto liberatorio. Ridotto a una condizione animale, liberato da ogni convenzione sociale, l'uomo riscopre il suo Io. Riflettere sulla assurdità della guerra è riflettere sulla condizione umana. La Sottile Linea Rossa è un film che riflette e fa riflettere. I soldati sognano la natura, l'immortalità, l'umanità, l'amore e perfino la morte. Un conflitto che prima di essere guerra è lotta dell'anima. La battaglia ne è solo la rappresentazione visibile, la sua estroflessione tangibile. Uomini costretti dalle circostanze a interpretare ruoli che non sentono propri, obbligati a superare il loro conflitto interiore in nome di un ideale che continuamente pare loro sfuggire. La guerra non nobilita l'uomo, gli avvelena l'anima. Tutti automi.

Il conflitto de La Sottile Linea Rossa è soprattutto morte. Morte dello spirito prima che del corpo. Quanti modi esistono per morire, per affrontare la morte, per prepararsi a riceverla? La morte è the great leveller. Come in "Amleto" la morte non fa nessuna differenza. L'imperatore Cesare, Alessandro il Grande e Yorick il buffone del re. Così è la guerra. Non ci sono ricchi o poveri, nobili o servi, buoni o cattivi, ma solo fortunati o sfortunati. La vera condanna è trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chi decide chi deve morire? Perché deve toccare proprio a me?
Scaturisce così dal film un senso di stranezza. L'orrore e la brutalità degli avvenimenti bellici sono trattati con estrema liricità. Lo stesso contrasto che visivamente si pone tra l'immagine della conflagrazione e la meravigliosa quiete della natura incontaminata. Un paesaggio che viene violentato, ferito a morte dal demone della guerra. Che civiltà porta la guerra, quale progresso? Gli indigeni guardano con stupore e paura i soldati. "Tu sei esercito" esclama una donna indigena. Tu sei morto e porti la morte, sei distrutto e porti distruzione. Morti. Tutti morti. Non è rimasto nessuno. Non è rimasto niente. L'andamento lento della pellicola gli conferisce un ritmo poetico fatto di pause, di a capo, di capoversi ed estenuanti momenti di intimità. E' come se il fluire della narrazione restasse imprigionato dallo stesso fango che rallenta l'incedere dei soldati, bloccato a terra e rallentato dal fuoco nemico. Ecco allora la parola prendere il sopravvento, il dialogo interiore sostituirsi a quello fra gli esseri umani. Potevano udire molto più di ciò che vedevano. Sono tutte frasi ricche di significato quelle che commentano in voice over la pellicola. Mille voci, mille pensieri. Così tanto di così tante emozioni da succhiargli tutto lasciandolo senza alcuna risorsa emotiva. Una tale quantità di emozioni, di sensazioni provate da risultare indecifrabili. Indecifrabili come il film. A tratti poetico, a tratti brutale, a tratti silenzioso e a tratti fragoroso. Non esiste unità narrativa, non una sola voce, non una sola verità. Non esiste più solo una sottile linea rossa.
Come in un lungo sogno ad occhi aperti: c'era una sottile linea rossa ed ora non c'è più.

© 1999 reVision, Fabrizio Pirovano