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Touching the Void - La Morte SospesaTouching the Void - 1h 46'
Regia: Kevin Macdonald La produzione cinematografica di documentari, dopo il
successo di Michael Moore, è cresciuta o almeno sono stati distribuiti nelle
sale e in home video alcuni "prodotti" che in passato circolavano solo in
festival (specializzati e non) o in televisione. Presto detto che spesso ci
imbattiamo, con l’alibi fuorviante della cronaca documentaristica, che non
significa giocoforza piattezza espressiva, in opere che hanno poco di
cinematografico, laddove intendiamo per specifico filmico l’elaborazione
inventiva e stimolante di immagini e suoni, i temi affrontati importano meno.Il documentarista Mcdonald ha ricevuto un premio Oscar per il suo film One Day in September (ma l’Oscar è un ambiguo parametro di valore...). Non l’ho visto, ma Touching the Void - La Morte Sospesa segue un percorso stimolante. Già il titolo accenna non soltanto al vuoto, la sospensione fisica, paurosa e terribile, dell’alpinista Joe Simpson, ma anche, dentro la metafora, all’ebbrezza concreta di un’impresa impossibile, la sfida decisa per l’organismo umano, sottoposto a durissima prova. Soltanto la meticolosa disciplina, la forza fisica ed intellettuale, il coraggio, ma anche la necessaria incoscienza più o meno giovanile, permettono ai due alpinisti di affrontare e superare ogni ostacolo. Una storia vera, la scalata del Siula Grande, vetta imperiosa della catena andina peruviana, diventa finzione drammatica attraverso la serie di espedienti utilizzati da Kevin Mcdonald. Il primo è senz’altro il virtuosismo di alcune immagini, scomposte, graffiate, distorte, per figurare lo spaesamento della fatica con soggettive fulminanti sul punto di vista degli scalatori. Il secondo elemento è l’ambientazione in esterni, assolutamente reali, non ricostruiti sul set per spingere gli interpreti vicini alla pressione psicologica e alla sofferenza subita dai due alpinisti. E poi l’utilizzo della musica e delle interviste ai veri protagonisti dell’impresa, siparietti che creano una messa in abisso, uno stacco brusco rispetto allo svolgimento del dramma. In questo modo Touching the Void fa dell’ibridismo tra i vari materiali la sua cifra stilistica. Il regista sembra limitarsi a lasciare la parola alle testimonianze dei due alpinisti, i quali entrambi, dopo più di venti anni, tornano su quella avventura, ancora anima e corpo, con la medesima intensa emozione, anche se la stanno rivivendo solo a parole. Descrivono l’esperienza con notevole freddezza, con un numero elevato di dettagli non solo tecnici, ma anche sulle impressioni vissute momento per momento. Ed è proprio il vissuto di Joe Simpson, dalla fase terminale, disperata, dell’abisso nel crepaccio fino alla luce del sole che filtra attraverso la coltre nevosa, a rendere inquietante la prigionia funebre tra le pareti di ghiaccio del burrone. Il cammino successivo di Joe va verso la trasfigurazione del corpo, laddove il viso è irriconoscibile, perché segnato dalle profonde ferite, dai graffi, dalle lesioni del freddo, dal trascinamento ostinato del corpo sulle superfici aguzze delle rocce. Ma è anche una perdita graduale di coscienza, un incontro con i fantasmi dei propri pensieri o della percezione perduta che diventa materia evanescente per il pensiero. In questi momenti le allucinazioni sonore di Joe, che sente ossessivamente "Brown Girl in the Ring", canzone dei Boney M, forniscono una dimensione pregnante, altamente significativa dell’esperienza. Un momento di scivolamento terrificante nel nulla severo, indifferente e scostante della Morte. © 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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