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Summer Of Sam

2h 21'

Regia: Spike Lee



Comincia e finisce come un apologo newyorkese di Woody Allen. Nel mezzo, c'è quanto di meglio sia riuscito a fare Spike Lee dai tempi della cinebiografia di Malcom X. Che Spike Lee è, questo, che non usa attori di colore e si chiede, a grandi lettere, come sono buoni i bianchi? Si percepisce che è entrato qualche volta in un cinema, di recente, dall'offerta di una fotografia più glowing, liquida e venata di colore, da scorci prospettici meno insoliti e più indirizzati alla significazione (le dinsinquadrature nella scena del litigio automobilistico tra John Leguizamo e Mira Sorvino). Evidenzia inoltre il recupero delle due grandi vene che rendevano sostenibile la monumentalità di Malcom X. L'istinto del cronachista asciutto, dello storico di poche parole, gli serve ad evocare il fondale, la vicenda del serial killer Sam che insanguina le strade della città nuda. E a ricostruire la New York tra il 1976 e il 1977, l'era del trapasso tra la disco music e il punk, tra gli eccessi dello Studio 54 e quelli del CBGB's. Torna anche il grande senso del ritmo, e della messa in scena, che aveva reso un musical, e niente più, la prima parte di Malcom X.

Cancellate con un tratto di penna le verbosità di Get On The Bus e He Got Game, Spike Lee fa di Summer Of Sam una velocissima canzone, con incisi ed accelerazioni, che trova nel suo diabolico serial killer una questione di morale, nella musica un motore, nello svelamento dell'altrui ipocrisia una ragion d'essere. Come in una tragedia shakespeariana, è il tradimento a fare la differenza, e la storia. Di mogli, e di amici. La grande messinscena della menzogna, della superstizione, delle dicerie, del pregiudizio, di cui i bianchi sono capaci (ma non solo, perché non è Summer Of Sam un soggetto di propaganda razziale). L'aprirsi dell'abisso, nel quale l'uomo cade trascinato dalla sua stessa follia, lontano da qualsiasi sentimento.

Ha un quasi buono, il punk Richie, diverso, discriminato, ma capace di difendere la propria identità, e molti quasi cattivi, italoamericani legati ad un malcelato senso dell'onore, preti ubriaconi, gestori di taverne reduci dal Vietnam. Il grande sottobosco urbano, che sta nel luogo geometrico tra Mean Streets e Taxi Driver. Quel tipo di rappresentazione si rovescia in un progetto nel quale la pazzia di fondo del "figlio di Sam" diviene esigenza di pulizia, di razionalizzazione: un cane che abbaia va ucciso, prima o poi. Istanza non giustificata, in senso morale, dalla narrazione, ma presente come sottotesto, come leggio al quale i cattivi attori di questo dramma si appoggiano per sfogare le loro inutilità. Il grande film della riabilitazione degli Who, che danno con due pezzi, Baba O'Riley e Won't get fooled again, il la a due sequenze mozzafiato, giocate, soprattutto quella del pestaggio di Richie, su un uso emozionale del montaggio alternato. Iddio sarà ringraziato quando si smetterà di far parlare il siciliano da operetta agli italoamericani. E si potrà dare il giusto valore alla saggezza mafiosa di Ben Gazzara. Grande dimostrazione di stile.

© 1999 reVision, Riccardo Ventrella