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Non Ho Sonno

1h 57'

Regia: Dario Argento



Un film copycat, una storia che torna sui luoghi del delitto, che imita le mosse degli assassini del passato. Venticinque anni dopo Profondo Rosso, un tentativo di recuperare la memoria perduta tra ieri (Max Von Sydow, Rossella Falk) e oggi (Chiara Caselli, Stefano Dionisi). Di nuovo Torino, i Goblin, le ville diroccate, i barboni, le ragnatele. Gabriele Lavia che da figlio dell’assassino ne diventa il padre. Un nano, ovvero bambino e adulto allo stesso tempo, che canta una filastrocca scritta dalla figlia del regista...
I primi venti minuti di Non Ho Sonno, come accadeva già per La Sindrome Di Stendhal, sono di una virtuosa e scoordinata gratuità. Dopodiché Argento è costretto (o si costringe) a "rientrare nel film", nelle viete strutture di un giallo canonico. E da qui in poi, come ammette anche lo stesso Von Sydow, va avanti "a corrente alternata". Non Ho Sonno mostra infatti delle incredibili "differenze di potenziale" tra le sequenze di omicidio (abbastanza coinvolgenti) e le sequenze di investigazione (di una piattezza insostenibile). La scena - ripetuta almeno quattro volte - dove il grande Von Sydow indugia nel buio del suo studio, domandando al suo pappagallo: "Ma come faceva quella filastrocca... sì, ora ricordo... no, non ricordo più... ecco, adesso mi sembra di ricordare...", sono ormai momenti irrimediabilmente kitsch, da sceneggiato televisivo, che anche il più scalcagnato poliziesco di serie B ha imparato a saltare o a condensare in una breve inquadratura.

Stesso problema per i dialoghi e l’inspiegabile comportamento del capo della polizia, che nella prima scena colma di elogi l’ex ispettore e lo implora di aiutarlo, e in tutte le altre lo insulta ogni volta che gli capita davanti. A ciò si aggiunge la dizione terribile di Stefano Dionisi, la comicità involontaria con cui tutti i personaggi pronunciano la parola copycat come fosse un termine di uso comune, i mostruosi tempi morti. Una sciattezza che resta disprezzabile nonostante le mille acrobazie verbali dei suoi ammiratori per giustificarla.
Sarebbe bello, dunque, se Argento lasciasse perdere molti suoi tic ormai usurati, come la steady-cam che incalza dietro le spalle della vittima (e chissà perché questo procedimento è adottato solo per le donne, mentre gli uomini hanno sempre l’onore di vedere la morte in faccia? Materia per analisti patologi...), o apporti di sceneggiatura inesistenti (come quelli del sopravvalutato Lucarelli), per fare un film che non finga di essere logico, che mantenga per cento minuti la perversione formale di quella carrellata sul tappeto che termina sui piedi sollevati da terra della ballerina sgozzata. Dopo il bagno di sangue degli anni ’80, l’artigianato geniale di Sam Raimi, Il Silenzio Degli Innocenti, Seven, l’auto-parodia di Scream, le idiozie di Scary Movie, forse abbiamo bisogno di un ritorno alla purezza, ad una sobrietà fatta di sottintesi; e forse il vero grande thriller (o giallo o horror: ormai non c’è molta differenza) dei nostri tempi è Grazie Per La Cioccolata, dove il rancore sordo di una vita è tutto in un lungo thermos argenteo.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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