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Sonatine1h 34'
Regia: Takeshi Kitano Grand'uomo, "Beat" Kitano. Della sua statura d'autore, dopo Hana-Bi e
L'Estate Di Kikujiro, oggi più nessuno dubita. Fu però questo Sonatine a
farlo conoscere in Europa. Vinse a Taormina, dove lo aveva portato la
tribù-Ghezzi. Tutti lo scambiarono per un regista affascinato dalla
violenza, dagli schizzi di sangue. Kitano ha invece mostrato ben altro. E
Sonatine rivisto dopo sette anni offre sprazzi di nuova luce, e conferme
ulteriori, nell'evidenziare la vena malinconica e crepuscolare di Kitano.Pare impossibile, che un film di gangster si apra a toni così sottili. Ma il personaggio di Murakawa, yakuza stanco e tediato, chiamato per un'ultima insidiosa missione (placare una guerra tra bande ad Okinawa, lontano da Tokyo), ha tutte le venature sghembe e surreali che Kitano ama applicare alle sue interpretazioni. Etereo come una figurina del teatro d'ombre, e impacciato, chiuso nei confini stretti di una vita dalle regole severe e implacabili. Adopera la violenza come un gioco usurato, nel quale non crede più. Assediato e circondato dalla morte, sceglie di costruirsi un piccolo parco dei divertimenti in un luogo che Kitano ama alla follia, la riva del mare. Questo è Sonatine. Lunghe anse
di lentezza e poesia, spazi riflessivi dove con dolcezza approda la barca
dello spettatore. Improvvise accelerazioni, spettacolari sparatorie, le
esigenze inevitabili del genere. Divertimenti improbabili, e umor nero.
Gangsters che si comportano come bambini, in attesa dello scontro finale.
Non c'è azione pura, ma un farsi smarginato, quasi disordinato e casuale
degli avvenimenti. È la miglior dote di Kitano, quella di non prendersi mai
sul serio, di mescolare sempre ad arte il mazzo delle carte in tavola. E di
riuscire, così facendo, a portare sullo schermo l'inesprimibile, a rendere
esperienza tangibile l'impalpabile spessore della vita. Nei lunghi spazi
vuoti, nelle inquadrature apparentemente senza uno scopo, nella crudeltà
estrema dell'etica degli "yakuza", i soldati della temibile mafia nipponica,
c'è il mistero dell'esistenza, indagato con levità e con una visionarietà
aggressiva che teme pochi confronti. Forse il suo film più completo e coeso,
sicuramente in grado di rivaleggiare con la straziante tristezza del
Silenzio Del Mare e la poesia volutamente incompleta e mortifera di
Hana-Bi. Tra i pochi geni del cinema contemporaneo, Kitano ha guadagnato
uno scanno stabile.
© 2000 reVision, Riccardo Ventrella |
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