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Sole Negli Occhi

1h 30'

Regia: Andrea Porporati



Non ci sono approdi o spiegazioni rassicuranti per questi (anti)eroi quotidiani del cinema italiano contemporaneo. Umanità rosselliniane. Si può ben fare quest'osservazione laddove una serie ormai lunghissima di opere riesce a cogliere, attraverso innumerevoli scelte stilistiche, anche molto diverse tra loro, il cuore pulsante, l'inquietudine drammatica dell'oggi, in una rappresentazione sempre più lucida e cinica dei sentimenti. L'omicidio in questo caso, e per di più un parricidio, è il tema edipico fondamentale di tutte le narrazioni. Una recente rielaborazione è quella di Luna Rossa di Antonio Capuano, che non smettiamo di citare per la sua impressionante capacità di coniugare vecchio e nuovo, e alla fine di considerare la storia (che si ripete) a livello di evidenza sempre ora, sempre adesso, attuale e spinosa da un'eternità. Questa dolorosa immobilità che sembra precludere ogni speranza di evoluzione e di cambiamento, non diciamo progresso, parola troppo abusata, e costantemente senza il pasoliniano sviluppo, è presente nel film come persistenza di una ossessione parossistica. Quel malessere esistenziale, pieno del desiderio di sottrarsi ai pericoli terribili del contatto con l'altro, che cela insidie insopportabili. Meglio, dice Marco, starsene da sé e per sé in un guscio di purezza incontaminata. La vita sporca, la vita consuma presto gli ideali belli. E Marco, infatti, come età si trova nella condizione dolorosa di chi non ha accettato la brutalità dell'essere umano e del mondo, dove il "bello" ed il "giusto" sono valori da costruire quotidianamente con fatica e sacrificio e inevitabili compromessi, come sembra suggerire il padre (un Gianni Cavina preciso ed essenziale). Un padre che ha poche colpe, ma per la percezione candida del figlio è colpevole di tutto, e soprattutto di quello che nel film è direttamente taciuto forse proprio per prudenza, per non imputare a quel qualcosa che è accaduto nell'infanzia tutta la responsabilità del futuro gesto di Marco.

In effetti è la percezione del protagonista che ci interessa di più, lo sfondo che è anche interiore e molto più interiore rispetto al film di Piccioni (con il quale è sorto un legame per via del titolo praticamente identico). In Luce Dei Miei Occhi c'era il simbolismo pacchiano del surgelato o dell'oscurità o dell'automobile sempre in cammino senza orientamento, qui la Rimini popolare, estiva, è esattamente la piccola provincia ritratta nella sua semplicità, in quella accidiosa routine che figura un barlume di indifferenza ma è automaticamente carica di quella naturale vitalità dei gesti. Il piccolo albergo e le feste serali con l'intrattenimento quasi circense dei maghi, la spiaggia affollata, le famiglie, con i bambini che giocano ininterrottamente e intercettano casualmente ogni evento che si svolge nel piccolo centro. Marco ha il sole negli occhi, come il bagliore del riflesso con cui i ragazzini lo accecano rintracciandolo nella stanza a qualche decina di metri dal balcone dell'edificio di fronte. Marco vaga senza mèta, e il suo girovagare non può non sembrare quello di Raskolnikov in "Delitto e castigo". L'omicidio insignificante, perché senza motivazione o per una piccola motivazione scambiata per eccellente morale, immaginaria, inesistente, stupida e ottusa, diventa la cartina di tornasole di un dialogo aperto tra una soggettività che tenta di (ri)costruirsi e paradossalmente il gesto compiuto è l'ultimo possibile ponte in grado di collegarlo al mondo vivo, di liberarlo in qualche modo da un'atarassia fatale, che precede la schizofrenia, vale a dire l'abbandono definitivo del mondo, per piombare in un inconscio ricchissimo ma privo di ogni minimo contatto con l'esterno. C'è anche da chiedersi se il disagio si allarghi ad altri personaggi. Basti vedere la giovane adolescente, quindici anni e già immersa nel tentativo quotidiano di sondare la chiarezza delle innumerevoli pulsioni, cammino che include durevoli sofferenze o più banali delusioni. La polizia, anch'essa protagonista stralunata, con indagini che non approfondiscono, si limitano all'abitudine. Solo il personaggio di Valerio Mastandrea tenta una strada critica, ma che non ha niente a che vedere con il proseguo delle indagini, ma piuttosto con la curiosità personale del poliziotto.
Andrea Porporati è riuscito a rendere armoniose le componenti del film che si fondano su aspetti assolutamente opposti. Il minimalismo è qui una chiara fonte di segni, e corrisponde alla tranquillità di chi osserva, alla semplicità della sceneggiatura, che ha disposto le scene in modo da cogliere i segni "massimali" dei personaggi. Contemporaneamente il furore ed la follia da tragedia che culminano nella scena del parricidio e la stasi ambigua in cui il movimento è prospettato dalle espressioni, dai primi piani del volto di Fabrizio Gifuni, attore grandissimo che diventa il segno cinematografico più sorprendente nelle messe in scena dei film italiani contemporanei.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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