Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Sogni e Delitti

Cassandra’s Dream - 1h 43'

Regia: Woody Allen



Che quello di Woody Allen sia un marchio di qualità, che continui ad esserlo ancora oggi a dispetto dei risultati discontinui del suo (diciamolo pure) coraggioso percorso, non abbiamo dubbi. Da sempre siamo ferventi, ostinati estimatori del cineasta più balzachiano dei nostri tempi. I tanti capitoli della sua particolarissima "commedia umana", una volta messi insieme, costituiscono un corpus narrativo straordinario buono a leggere (non solo sociologicamente) le pieghe più nascoste, i risvolti più coloriti, della stoffa di cui è fatta la realtà della nostra comune contemporaneità, dei tempi acidi e ridicoli che stiamo vivendo. Per questo continua a suonarci strana l’attribuzione coatta di etichette al nostro, frutto spesso di superficialità critica agganciata alla strategia di marketing che presiede l’uscita d’ogni suo film. E’ accaduto anche per l’ultima, piccola perla, quel Sogni e Delitti visto all’ultima Mostra veneziana e ora rigoduto senza remore in occasione dell’uscita nelle sale: non che la qualifica di thriller sia di per sé riduttiva (ci mancherebbe), ma è che per Allen ogni definizione dentro i confini di un genere appare limitante (fin dai tempi degli esordi quando qualcun gli dava dell’"insopportabile coglione" e molti si dividevano sugli impervi distinguo tra comicità e umorismo come se la prima qualità non contenesse anche la seconda, almeno nel suo caso). Dunque, Sogni e Delitti sarebbe "solamente" un thriller? Era "solamente" un thriller forse Match Point che certamente partiva da una formula consolidata, generata dalla Highsmith ed elevata a sistema dal maestro dei maestri Hitchcock in Delitto per Delitto? Si attende ancora uno studio critico definitivo che sappia dare rilievo ai rapporti che legano lo sperimentatore Allen ai generi e agli autori prediletti, un’analisi capace di enucleare le capacità dissimulatorie e contaminanti di uno stile nutritosi di codici ed icone del cinema classico (oltre le evidenti citazioni noir de La Maledizione dello Scorpione di Giada o l’omaggio ai toni e ai valori dell’Espressionismo in Ombre e Nebbia) in grado però di rovesciare proporzioni e dimensioni con impalpabile ironia di sopraffino umorismo (perché non studiare Allen come il Cervantes o, magari, il Borges cinematografico dei nostri tempi?).

E’ nell’impasto originale tra commedia e tragedia (facendo lievitare il quale è stato cucinato un capolavoro come Crimini e Misfatti) che il nostro autore compone le sue raffinatissime ricette condite, in questi ultimi anni, di salse sempre più acidule anche se mai indigeste.
E’ una visione da catastrofista però filosoficamente disincantato, quello dell’ultimo Allen in trasferta londinese, la visione del baratro in cui siamo tutti sospesi e l’indicazione dell’euforia del volo, dell’inevitabile precipitare nell’abisso che per lui significa, in sintesi, la perdita definitiva delle qualità stesse dell’umano, nel nevrotico cupio dissolvi di una società governata dall’alienazione in nome e per conto del paradigma sesso + denaro = nulla: e questo perdipiù senza possibilità di redenzione, perché nei personaggi di Allen pare essersi smarrita la coscienza stessa della colpa e del peccato. Insomma, siamo all’Inferno e non ce ne rendiamo conto, sconfinando nell’illusione marcescente dei tanti, troppi paradisi artificiali ai quali attribuiamo valori sempre più incerti, sempre più virtuali e convertibili.
E’ questo sentimento della vanità che guida la trama di Sogni e Delitti, lungo lo stesso sentiero percorso dai protagonisti maschili di Match Point e Scoop (divertito "scherzo" precedente) irretiti dalla sensualità scatenante della splendida Scarlett Johansson, musa del ciclo londinese. La terza tappa nella metropoli del Big Ben e delle mode pop vede ancora due uomini agitarsi nel caos della coscienza sporca, due fratelli ovvero Ian (Ewan McGregor) e Terry (Colin Farrell) intenzionati con entusiasmo adolescenziale (in questa presente società di eterni adolescenti) a comprare una fatiscente barca a vela da ristrutturare. I due confabulano fra loro, misurano la possibilità delle rispettive modeste finanze e decidono d’indebitarsi con le rate, ribattezzando scaramanticamente l’oggetto del desiderio "Cassandra dream’s" (che è poi il titolo originale del film, evidentemente allusivo ai risvolti tragici di questa parabola sul discernimento mancante). Il più ambizioso dei due, Ian, lavora nel ristorante del padre, sogna la California e una carriera da magnate di hotel, nel frattempo inducendo il fratello meccanico a farsi prestare sfavillanti Jaguar d’epoca utili a far colpo sulle ragazze facili (insomma è una specie di Alberto Sordi fulminato sulla via del Boom italiota). Al contrario, Terry è un tipo meno deciso, schiavo del vizio del gioco ai cui altalenanti risultati resiste ingerendo pillole e alcol.

I due percorsi paralleli producono il medesimo sogno e bisogno che è quello, ossessivo, di avere più denaro: Terry perde una grossa cifra in una bisca mentre a Ian capita di soccorrere una pupa in panne e d’infatuarsene rimanendo soggiogato dalle sue urgenze di attrice di teatro con ambizioni da star cinematografica (interprete una clamorosa debuttante da tenere d’occhio, Hayley Atwell). La famiglia dei fratelli non viene certo dall’upper class, è una tipica famiglia media tratteggiata con acuto gusto da Allen con il suo côtè di risentimenti e avvilimenti, con il padre infartuato (John Benfield) costretto a ridimensionare l’attività del proprio ristorante e con la madre (Clare Higgins) severissima nel rimproverare al consorte i suoi fallimenti ("mentre tuo fratello che ha saputo ben investire nel ramo immobiliare" invece...). Subentra così il diabolico zio materno Howard (un grande Tom Wilkinson), un intrallazzatore privo di scrupoli che propone ai nipoti la soluzione immorale di eliminare un certo Martin Burns (Phil Davis) reo d’impedire una colossale speculazione sull’apertura di un ospedale in Cina (a testimonianza che le vie del malaffare sono le stesse anche tra i mandarini). Commetterlo o non commetterlo, il delitto del titolo? I sogni per i due fratelli diventano incubi (Terry è il più turbato, Ian quello determinato) che si sciolgono nell’amara realtà del fattaccio compiuto in una notte fatale, mercé una pistola. E se Ian sembra liberarsi dai sensi di colpa progettando con la sua Angela l’agognato trasferimento in California, l’altro precipita in un’angoscia attanagliante da alimentare con i soliti, devastanti additivi.
Memoria dostoevskiana (Demoni in bilico tra Delitto e castigo), colonna sonora incalzante – dissonante – onirica (al posto del repertorio jazz o classico) firmata da un ispirato Philip Glass (intento ad un lavoro alla Bernard Herrmann di sottolineatura drammatica e di contrappunto suspense), sceneggiatura esemplare controllatissima, minuziosa ed impalpabile come la regia, secca e seducente a rilevare lo sviluppo psicologico del delirante andazzo e i contraddittori conati emotivi dei personaggi. Sogni e Delitti è una parabola fuori registro, certamente anche "thriller" ma soprattutto "commedia nera per una notte di mezza estate", con le consuete contaminazioni tra alto e basso che rendono irresistibile il tono cool del film. L’intrigo drammatico ha una soluzione impervia che ovviamente non sveliamo e l’assunto lascia nello spettatore l’amaro retrogusto di una verità ironica sul destino di ciò che resta della comune morale e dei resistenti timori e tremori in questa epoca di tragedie trasformate in commedie o addirittura in farse per uomini sempre più pervicacemente ridicoli.

© 2008 reVision, Francesco Puma