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Al Primo Soffio Di Vento

1h 29'

Regia: Franco Piavoli



Franco Piavoli è fuori dal cinema. Difficile giudicarlo perché difficile trovare paragoni, svelare influenze, accostarlo ad autori o correnti. Nell'odierno tele-cinema italiano, Piavoli resta un oggetto misterioso, come sempre saranno Alberto Grifi, Ciprì e Maresco, Corso Salani e pochi altri. E volente o nolente, il suo film mette in scena proprio questo: il racconto di un isolamento. O meglio, più che "racconto" (perché tale termine presuppone già movimento, sviluppo da/a), Al Primo Soffio Di Vento è l'isolamento come stasi, come pura pietrificata "situazione". Piavoli parte da un verso del terzo libro delle "Argonautiche" di Apollonio Rodio, dove viene descritta la decaduta passione di Medea per Giasone, volata via "al primo soffio di vento". Da qui il soggetto: una famiglia in una grande villa immersa nel verde dell'estate. Postulato: tutto ciò che la circonda è alieno. Visto/sentito come seducente pericolo (il nuotatore spiato dalla ragazzina, e i motociclisti che la braccano), come inafferrabile vitalità (i lavoranti africani che ballano e cantano in riva al fiume), come mistero perduto (l'amante che la zia continua ad invocare), come natura da irreggimentare in cultura (le foglie e i fiori che una moglie annoiata trasforma in tanti quadri, educatamente disposti alle pareti). È questo il dolente contrasto che solo ora Piavoli mette esplicitamente in luce: l'aspirazione (legittima?) a un'esistenza appartata e quasi monastica, turbata dal perenne cruccio di scoprirsi irrisoria essenza dentro uno straripante universo animale/minerale. Un'ironica sequenza (forse un sogno) mostra gli africani che penetrano silenziosi tra queste mura perennemente avvolte dai suoni di Satie, Poulenc, Ravel, Fauré (l'epoca dell'esistenzialismo), violano la biblioteca del padrone e prendono a maneggiare i suoi libri, strambi arnesi indecifrabili. Ecco l'emergere dell'Altro, dello Straniero incolto e forte, il Giasone del terzo millennio che vorrebbe detronizzarci dalla nostra isola europea. È l'immortale paura denunciata trent'anni fa da Foucault ne "Le parole e le cose": la scomparsa dell'uomo, o forse soltanto dell'uomo occidentale.

La sperimentazione di Piavoli sa di restauro, recupero filologico dell'antico, come quelle cascine di campagna che pochi puntuali interventi trasfigurano in lussuose residenze. Evasi, suo cortometraggio del '61, viene inglobato nel film attuale e convertito nell'incubo di uno dei personaggi. Le didascalie del cinema muto rinascono sotto forma di schermate di computer: il padre non parla quasi mai, ma sfoga i suoi pensieri sulla tastiera (con tanto di errori di battitura); poi resta lì a contemplare le parole sul video come di fronte a uno specchio, e noi le osserviamo con lui, in una silenziosa e stupenda auto-riflessività. E anche le voci, così scopertamente "doppiate", rinnegano ogni consuetudine: non si immergono nell'ambiente, ma balzano in primo piano soverchiando ogni rumore di fondo, come nei balbettanti sonori degli anni '30. Il risultato è bizzarro e prezioso come un pezzo di artigianato che spunti da una catena di montaggio. Un cinema tattile, fatto di maniglie di porte, tasti di computer, di pianoforte, di telecomandi, ruscelli, fili d'erba, cortecce d'albero. Un cinema musicale, flusso alternato di temi e ritmi dal pianissimo all'andante con brio, sullo stile della Sonata settecentesca.
In questo sguardo da "conservatore di sinistra", che vent'anni fa volle inseguire i moti del pianeta azzurro e oggi si chiude nella cosmogonia privata di un nucleo alto-borghese, l'ultimo Piavoli ricorda alcuni brevissimi ritratti di Moravia (più che racconti, quadri stampati su pagina), ma soprattutto certi bozzetti familiari del Boccioni post-futurista, quando d'un tratto abbandonò la città che sale e le forme uniche nella continuità dello spazio, per incantarsi dinanzi alla penombra che filtra dalle tende e accarezza i capelli della madre e della sorella.

© 2003 reVision, Dante Albanesi