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SitCom

1h 25'

Regia: Francis Ozon



La famiglia è sempre la famiglia. Occorre rafforzarla, a qualsiasi costo. Anche quando uno dei figli dichiara di punto in bianco la sua omosessualità nel corso di una cena, quando il padre è un essere indifferente, la madre una perfezionista nevrotica, l’altra figlia finisce sulla sedie a rotelle dopo essersi lanciata nel vuoto da una finestra, e, per finire, la domestica è sessualmente prorompente. Non tragga in inganno la tranquillità (relativa) del manifesto italiano del film. Queste sono solo alcune delle peripezie che SitCom mette sul piatto della bilancia. Il resto può (e deve essere) una gioiosa scoperta dello spettatore: i colpi a sorpresa sembrano del resto la parte migliore del repertorio di François Ozon, all’esordio dopo una serie di cortometraggi disseminati nei vari festival e molto apprezzati. Il titolo fa riferimento ad un meccanismo narrativo che ricorda molto quello delle serie ad episodi televisive, oltre all’ambientazione quasi tutta tra le quattro mura dove la sghangherata famiglia consuma la propria esistenza. Di televisivo, rimane solo questo accenno. SitCom è un delizioso, anarchico film, una specie di saggio sul disordine che può introdursi nel più sano e borghese dei contesti, magari attraverso una fessura. Il portatore del contagio, in questo caso, pare essere un inoffensivo topolino bianco con gli occhietti rossi, che gioca nella sua gabbietta. Pare, perché di certezze SitCom ne dissemina ben poche.

Ricorda il gioioso approccio al cinema di Etienne Chatillez (La Vita E' Un Lungo Fiume Tranquillo), la sua divertita voglia di stupire: ma è solo un impressione iniziale, che lascia il posto ad una catena di eventi sempre più dissacranti, soggetti spesso a perdere anche una precisa collocazione temporale. Bunuel, certo, come nume tutelare, ma anche l’irruenza di Jean Vigo, il suo stesso beffardo sorriso dietro ogni arguta provocazione. Non manca una repentina alterazione dei regimi percettivi, che spiazza lo spettatore. Il sogno, l’immaginazione prevalgono, facendo sorgere leciti dubbi sulla fondatezza di quanto il regista mostra allo spettatore. Un mondo dove il ribaltamento delle convenzioni, sessuali soprattutto, sembra essere l’unico principio seguito, dove una casa apparentemente tranquilla si trasforma in un teatro dell’assurdo, con pratiche sadomaso, strani giochi di società, scambi di partner, e il topolino che felice si aggira per le stanze. Un mondo pronto a svoltare verso il grottesco, ma che, in definitiva, non conosce il tragico. C’è sempre un sorriso, o uno sberleffo, anche di fronte a temi delicati, come quello dell’incesto, sfiorati con ironia saggia, e mai fastidiosa. Ozon ha un grande senso della teatralità, e sfrutta gli angusti spazi a disposizione come un palcoscenico, sul quale si rappresenta una irriconoscibile, ma irresistibile, commedia umana. Occhi divertiti, ma non banali, su un pianeta bizzarro. La famiglia di SitCom è una di quelle dove le cose "avvengono".
Non c’è un ritorno dal passato, come in Festen. Tutto succede (e non succede) assolutamente in diretta, proprio come alla televisione. C’è una parte anche per Jean Douchet, il grande critico cinematografico francese. Uno psicanalista, perché se la televisione ispira, il cinema è una parte della terapia.

© 1999 reVision, Riccardo Ventrella