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Si Può Fare1h 51'
Regia: Giulio Manfredonia Qualche anno fa il cantautore Angelo Branduardi con la sua canzone "Si può fare", invogliava
all’emozione del salto nell’utopia possibile. I suoi versi recitavano: "puoi correre, puoi gridare/puoi vendere, comprare/puoi
rubare, regalare/puoi piangere, ballare" e quella sembrò essere una induzione sincera ad affrontare la realtà con le armi di
un concreto idealismo, senza farsi condurre alla deriva dagli avvenimenti e dal Sistema. Il regista romano Giulio Manfredonia,
allievo di Luigi Comencini, quando realizzò il suo film d’esordio, Se Fossi in Te, utilizzò il sempiterno stratagemma
narrativo dello scambio d’identità per i suoi tre personaggi insoddisfatti della loro esistenza, mescolando l’uno nella vita
dell’altro in un crescendo foriero di equivoche complicazioni. Nella sua opera seconda, E' Già Ieri, rifaceva il verso
a Ricomincio da Capo, fastosa commedia con Bill Murray, utilizzando un grande Antonio Albanese che rimaneva intrappolato
nel tempo rivivendo all’infinito la stessa giornata mentre si trovava in Spagna per un reportage sulle cicogne.Se le screziature fantastiche hanno caratterizzato i primi due film di Manfredonia, con un sagace sguardo ai classici di René Clair e Preston Sturges, con questo Si Può Fare lo ritroviamo più a ridosso della realtà presente ed ancora legato alle tonalità favolistiche che hanno reso immortale Vittorio De Sica, irresistibile cantore di utopie. La Milano che viene descritta è quella dei primi anni Ottanta sintetizzati con poche ed essenziali notazioni, con al centro il personaggio di Nello (molto ben interpretato da Claudio Bisio), sindacalista appassionato che coltiva le proprie illusioni positiviste riguardo al mercato e alle sue possibilità, ostentando un’entusiastica lungimiranza. Fin dall’incipit che lo vede protagonista di lotte sindacali, egli rivela il proprio carattere appassionato e generoso, ma pure inquieto ed incerto fino all’ingenuità. Nel suo volersi mettere costantemente in gioco, mostrando disprezzo nei confronti di quei progressisti alla ricerca del posto fisso, Nello vive una relazione sentimentale intensa e turbolenta con Sara (una brava Anita Caprioli), che segue un tragitto esistenziale assai diverso, col suo lavoro nel campo dell’alta moda nei primi frizzanti anni Ottanta. Nonostante tutto è la tenerezza ed un residuo di solidarietà a tenere in piedi un equilibrio amoroso che si regge precariamente mentre maturano nuovi fermenti. Così, il sindacalista idealista finisce per essere allontanato ritrovandosi all’interno della Cooperativa "180", costituita da ex malati di mente da poco dimessi dai manicomi grazie alla legge Basaglia (contrassegnata da quel numero). A gestire il nuovo gruppo c’è lo psichiatra Del Vecchio
(Giorgio Colangeli), fautore di drastiche terapie restrittive animate dall’idea che la malattia mentale si possa guarire solo
con la morte e che per mantenere funzionante il cervello occorrano i farmaci come unica cura. Contro tale trend psichiatrico,
Nello si getta a capofitto nel suo nuovo incarico, interagendo col gruppo di pazienti, stimolandone i lati positivi, la loro
fantasiosa e bizzarra creatività, da dispiegare senza limitazioni di ruoli e desideri, per rendere costruttiva anche una semplice
pulsione. La sua ricetta è la fiducia, strumento per la riappropriazione dell’identità ottenebrata, da ottenere per se stessi
tramite lo stimolo di un lavoro fisico. Nello riesce così ad allontanare il reazionario Del Vecchio, stringendo un sodalizio
con il dottor Federico Furlan (il sempre bravo Giuseppe Battiston) che spinge i poveri cristi a ridurre l’assunzione di psicofarmaci.
Ad uno di loro viene l’idea di mettere su un’impresa di parquet. E con l’aiuto della sua Sara, Nello asseconda il progetto,
invogliando il gruppo a costruire il pavimento di un negozio che servirà per ospitare un party del settore della moda. I due
schizofrenici Gigio (Andrea Bosca) e Luca (Giovanni Calcagno) si lasciano andare nel progettare e realizzare, utilizzando materiali
di scarto, una scenografia di gusto palesemente kitsch che, contraddicendo le più oscure previsioni, ottiene l’entusiastico
gradimento dei committenti. Così la nuova ed estrosa ditta si espande trasformandosi in una realtà produttiva persino remunerativa
con un crescendo di consensi capace di conquistare il tanto sospirato mercato al punto di porsi come ambizioso obiettivo la
pavimentazione di una metropolitana di Parigi. Entrando a far parte della strampalata società c’è spazio per tutti; basta avere
una casa, provare il piacere del sesso ed innamorarsi. Sarà Gigio a perdere la testa per Caterina (Maria Rosaria Russo) una
bella bionda che gli passa davanti tutti i giorni sul parquet in lavorazione, un attimo fuggente che gli cambia la vita, fino
a quando quell’ingenuo sentimento mai provato non comincia a sgretolarsi sull’onda dell’incertezza emotiva, un’euforia mal
guidata che conduce le sue tragiche conseguenze.
Sceneggiato dallo stesso regista insieme a Fabio Bonifacci (abili nel descrivere i risvolti psicologici dei pazienti
dopo un accurato lavoro di documentazione in alcuni istituti di igiene mentale), Si Può Fare è una commedia emotivamente
coinvolgente. Per Claudio Bisio è il ruolo più umanamente felice tra quelli interpretati su grande schermo, con delle screziature
drammatiche che conferiscono risvolti di verità interpretativa assai toccante. Una commedia umana, ironica e sufficientemente
pungente, che merita un applauso. La regia di Manfredonia si concentra a dirigere con amorevole cura i suoi attori (tra i quali
notiamo quel Franco Ravera che aveva interpretato il matto della montagna ne La Ragazza del Lago
di Molaioli), prendendo ispirazione, per la sua trama, dall’esperienza della cooperativa Noncello di Pordenone che ha lavorato
realmente nel campo dei parquet. La fotografia di Roberto Forza coglie le luci di una Milano frenetica ma non più da bere (di
cui simbolo è l’antipatico personaggio di Padella interpretato da Bebo Storti), la bella colonna sonora originale di Pivio &
Aldo De Scalzi sa essere dinamica e malinconica con equilibrio. Tutti elementi che fanno di Manfredonia e del suo tocco uno
dei più naturali eredi del grande Luigi Comencini nel tratteggiare il gioco dei caratteri sociali e la loro evoluzione, e nel
saper far emergere le psicologie dei personaggi con calibrata ed agrodolce intensità. Un applauso va soprattutto a tutto il
gruppo di attori che interpretano tic e difetti della loro felice devianza trasformatasi in energia vitale, capace di dare
senso a quell’"invito a fare" che è la risposta ad ogni speranza d’utopia.
© 2008 reVision, Francesco Puma |
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