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Sin City2h 04'
Regia: Robert Rodriguez e Frank Miller Quanto le tavole di Frank Miller erano debitrici al noir anni ’40, elevato dalle inquadrature dal basso, affilato dai controluce,
spalancato dalla profondità di campo? Quanto c’era di fumettistico in Tarantino? Quanto c’è di Tarantino in Sin City? Ha ancora senso parlare di prestiti e
influssi, in un luogo dove la fusione si è già consumata? Sin City non è più semplice citazione del linguaggio di un altro media (come potrà essere l’ennesimo
Batman o Uomo Ragno), ma la sua copia iperrealistica, la sua imitazione definitiva. Una favola in bianco e nero e rosso, dove il sangue, quando supera il limite di
guardia, si fa lattiginoso e abbagliante, e dove l’unica via di fuga da questa gabbia monocroma sono i rari capelli biondi delle amanti, opposti agli occhi azzurri
delle traditrici. Dove narrazione e regia hanno l’astrazione di un incrocio di linee spezzate. Dove donne mostruosamente belle sono il letale contrappasso di uomini
mostruosi. Dove i più grandi interpreti bidimensionali del cinema mondiale (Bruce Willis, Mickey Rourke, Rutger Hauer, Michael Madsen...) si rivelano ciò che sono
sempre stati: carne da fumetto.Sta qui l’ambiguo e affascinante gioco di specchi di Sin City: cinema che imita il disegno che imita il cinema. Immagine in movimento di inquadrature fisse. Realismo visivo asservito ad un materiale assolutamente alieno da ogni codificazione veristica. Tre capitoli, un prologo che si scioglie nell’epilogo, personaggi e luoghi che si incrociano da una storia all’altra: la struttura è puro Pulp Fiction, che a sua volta la rubava ai fumetti. Al centro di ogni episodio c’è un uomo, malato, deluso, smarrito in disperata missione solitaria; attorno a lui: pistole, locali equivoci, prostitute e cameriere, inseguimenti notturni, le gabbie e le catene, il buio e la pioggia; sopra tutto ciò, un tema ineluttabile: la difesa della Donna, il sacrificio (ammirato, spesso inutile) della vita in suo onore. Da grandissimo maestro della narrazione, Miller dissemina sull’indeformabile struttura del gangster movie sottili venature di fantastico (la testa parlante, il pedofilo con la faccia giallastra da Dottor Mabuse) e di iperbole epica: seppur privi di espliciti superpoteri, i buoni sembrano dotati di un’invulnerabilità semi-divina (si gettano da altezze improponibili, sopravvivono a coltellate e sparatorie), mentre la malvagità dei cattivi va oltre il diabolico e sfocia in un grottesco delirante. Sin City gioca tutta la propria efficacia espressiva su un secolo di iconografia popolare: eroi (con i loro attributi: cicatrici, armi, impermeabili) e scenari
(incroci urbani, casolari sperduti nel bosco) raccontano più di qualsiasi dialogo, poiché rimandano ad un "canone" di immediata riconoscibilità. È un film, dunque, che
predilige personaggi muti, mentre torrenziali voci narranti spargono su di loro un passato, sentimenti, motivazioni e brandelli di futuro. Un esperimento tanto complesso
quanto freddo, ma che regala momenti di mirabile fotogenia: il sinuoso destarsi di Carla Gugino nella notte, Benicio del Toro che non cessa di blaterare nonostante la
gola squarciata, la silhouette bianca di Dwight che sprofonda in una pozza di petrolio. E c’è almeno un pezzo di grande cinema: gli otto anni di Hartigan in carcere,
nel quale lo spazio si comprime dentro un parallelepipedo di sbarre altissime inghiottite da un’oscurità atroce, mentre il tempo viene scandito dalla lettera settimanale
di una ragazzina, unico essere umano per il quale vale ancora la pena vivere.L’ingorgo drammaturgico di Sin City si contempla come un formicaio scoperchiato: essenziale non è il singolo percorso, bensì il flusso globale che lo agita. Flusso che ha il coraggio dell’accumulo senza censure, del manierismo spacciato per verosimile. Quando Marv riepiloga le vittime della sua elaborata vendetta e dice: "È stato come scalare la catena alimentare", all’improvviso ci ritroviamo in un mondo di carta disegnata. Quando Clive Owen sussurra: "Sarai sempre mia, baby" e Rosario Dawson ribatte: "Sempre e mai [Forever and Never]", ci sembra di poter sfogliare questa immagine tra le dita, e godere di un linguaggio nel quale la forma dell’effetto può contare più del peso del significato. Sin City è ciò che nelle ultime stagioni più si avvicina al cinema come divertimento puro. © 2005 reVision, Dante Albanesi |
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