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Silvio ForeverAutobiografia Non Autorizzata di Silvio Berlusconi1h 23'
Regia: Roberto Faenza e Filippo Macelloni In questo nostro infelicissimo Paese, la TV ha sempre flirtato con quello che Pier Paolo Pasolini definiva il Palazzo, ovvero il Potere politico. Questo non è accaduto solamente da noi, è ovvio, ma si dà il caso che da parecchi lustri, in Italia, il potere mediatico si è fatto potere politico: un connubio esiziale che ci ha trasformati tutti in sudditi teleguidati. C’era una volta la paleo-TV delle veline di Stato e dei TG paludati che però sciorinava cultura per farsi perdonare con eccelsi varietà, documentari d’autore, sceneggiati letterari e programmi ad alta densità educativa. E’ un fatto che la lingua italiana si sia potuta imporre da Trento a Cefalù grazie a quella TV delle antenne e dei due canali, dove si produceva più che a Cinecittà. A dominare, in epoca fanfaniana, erano funzionari in quota democristiana però colti e preteschi al punto giusto: censuravano il dovuto e lasciavano fare ai professionisti dell’informazione e dello spettacolo. Dagli anni ’80 in poi, la TV è diventata una macchina gestita dai ras della pubblicità e dal loro sistema sempre meno subliminale: da qui la nascita dell’audience e delle sponsorizzazioni invasive che s’imposero con l’avvento delle tivù commerciali con il loro imperatore, autoincoronatosi tale per grazia craxiana: Silvio Berlusconi, imprenditore avventuriero e lungimirante condottiero della presente sottocultura dominante. Da quando, negli anni Novanta, la discesa in campo politico di Sua Emittenza ha condotto il Nostro ai vertici del Potere, la TV e il sistema mediatico sono diventati essi stessi il Palazzo. La sua presenza, salvifica o demoniaca che sia, ha di fatto dettato legge, col conforto delle urne, negli ultimi, maledetti vent’anni italici. Il Berlusca dei miracoli e degli scandali, delle casette ai post – terremotati e del Bunga – Bunga ha da noi prodotto una letteratura sterminata, chilometri di pamphlet al vetriolo che ne hanno scalfito l’aurea ma non le funzioni, tutte ancora in fieri.
Che cosa si può dire di più e di peggio di Berlusconi rispetto al già visto e scritto? Si può procedere a ritroso, rintracciare le origini del fenomeno, la causa che ha prodotto tanto effetto. Con intelligente perfidia, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (quelli del bestseller “La Casta”) hanno composto il canovaccio per una “autobiografia non autorizzata” del Cavaliere premier divenuta un documentario diretto da Roberto Faenza e Filippo Macelloni. Silvio Forever è una ghiotta recherche fatta di tante madeleine documentali, ad illustrare con satirico piglio l’evidenza annichilente di un’ascesa (con qualche piccola caduta) di un evento che all’estero pochissimi c’invidiano: il proprietario d’Italia, il De’ Paperoni buffo come un personaggio di Sordi, l’ineffabile pifferaio magico di Palazzo Grazioli, quello senza orrore di se stesso che ha superato, nel grottesco, tutti i suoi goffi imitatori. Faenza e compagni lavorano sui lacerti di repertorio in prospettiva storica, utilizzando l’impagabile timbro del loro stesso bersaglio mobile, la voce off del Berlusca a cui si aggiunge quella di Neri Marcorè che la riproduce in tutte le sue monotone cadenze. Di Faenza, qualcuno ancora ricorda il controverso Forza Italia!, titolo ante litteram che, adoperando lo stesso metodo del reperto filmato costruito come una fiction, fece scandalo nel 1978 durante la tragedia Moro, affondando il coltello nel flaccido ventre della Balena democristiana mentre ne raccontava le controverse imprese dal De Gasperi del ’47 all’Andreotti del ’76. In quei decenni il Contesto delle trame occulte provocava anni di piombo, strategie della tensione e stragi di Stato: cose serie che, per essere raccontate, pretendevano la penna di Sciascia o il teatro di Dario Fo. Il presente status provvede a mettersi in berlina da solo col controcanto del volenterosissimo Travaglio e dei resistenti alfieri alla Di Pietro o alla Santoro (nessun libro o film o testo teatrale memorabile sarà affidato ai posteri come racconto dell’attuale sfascio). Allora meglio affidarsi all’amarcord par lui meme dei documenti che si commentano da soli: l’ex – cantante da crociera che si fa imprenditore geniale, garante di consorterie e massonerie occulte che lo fanno affiorare dal Nulla per costruire l’impero di Milano 2 (denaro che più che dall’alto, come vuole Moretti nel suo Caimano, viene dal basso), della Fininvest e della magnifica triplice di emittenze private, i carri di Canale 5, di Rete 4 e di Italia 1 che hanno poi favorito, a colpi di audience, l’avvento in politica. Il piazzista che volle farsi re non rinuncia al suo metodo da manager di “fabrichetta”, con geniale lungimiranza di ascendenza ducesca (più che Mussolini, il Napaloni del Grande Dittatore di Chaplin) e con simpatia che più media non si può, utile a conquistare istinti e ragioni del popolino, dispensando barzellette e calembour d’insana volgarità da salotto buono o da bar di quartiere. Quale premier può permettersi di presentare il proprio Ministro delle Pari Opportunità, al secolo Mara Carfagna, come una “donna con le palle”, quale premier può schernirsi dalle accuse di essere un donnaiolo usando l’infelice battuta “meglio andare a donne che essere gay”? Temperature da Bagaglino o da Pierino contro tutti incastonate come testimonianza di un degrado linguistico ed etico che è la misura del Disastro italiano: questa è la summa di Silvio Forever, pseudo – pamphlet dal ritmo avvincente e psicodramma avvilente sulla storia di un uomo con la cui immagine ognuno di noi è costretto a fare i conti. Qui l’aneddotica si fa epica diventando il repertorio di un Italietta perennemente uguale a se stessa che ha il suo leader in uno che vendeva ai compagni di banco i compiti in classe, che mungeva le vacche chiedendo per ricompensa del burro, che narrava ai suoi nipoti di essere il nonno che aggiusta le televisioni. Un eroe del nostro tempo, ipertrofico cultore di se stesso al punto da farsi costruire ad Arcore, sua residenza imperale, un mausoleo; uomo d’affari avido ma generoso comme il faut (a seguire l’antico motto: “mangia e far magiare”), carismatico come l’omino di burro di “Pinocchio”, salace come Pippo Franco, tutto “cuore di mamma” come Mario Merola (mercé il cantore Apicella). Nell’antologica di Faenza non manca il Berlusca difensore del Senatore Dell’Utri indagato per mafia, il Premier che attacca i magistrati da imputato in un processo che lo accusa di tangentismo in occasione della scalata alla gloriosa Mondadori, il Silvio del piccante privato di Ruby Rubacuori e della escort barese D’Addario (la cui voce testimonia implacabilmente in una documentazione registrata). Reperti TV nazionali ed esteri, documenti dissepolti da archivi o estrapolati da YouTube: l’inquietata operazione siglata Faenza si avvale dell’affilato montaggio per attrazioni di Riccardo Cremona. Non si può che ridere a denti stretti abbandonandosi all’effetto catartico, con la consapevolezza tragica di essere i sudditi impotenti di un’oligarchia basata su un potere mediatico in grado di glorificare i mediocri imponendoli al governo del Belpaese. E con un dubbio in più: a bordo di questo italico Titanic sarà la nostra stessa risata a seppellirci? E poi, evocando l’antica “forza italica” del buon Faenza: era forse meglio morire democristiani? © 2011 reVision, Francesco Puma |
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