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Il Grande Silenzio

Die Große Stille - 2h 47'

Regia: Philip Gröning



Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento.
Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto.
Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco.
Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.

1 Re 19, 11-13


Immagini e silenzio. Dentro e fuori. Dentro le profondità della coscienza, alla ricerca del silenzio di Dio, e fuori la bellezza maestosa di un paesaggio montuoso avvolto da nuvole e neve. Le stagioni della vita, il lento trascorrere del Tempo come meditazione e riflessione sull’essere, il ritmo delle campane che spezza le mistiche risonanze interiori. C’è un luogo lontano da ogni tempo, la Grande Chartreuse, un monastero situato nelle montagne di Grenoble, sulle Alpi francesi. Lì si è stabilito l’ordine dei Certosini, il più antico e il più rigido della Chiesa Cattolica, fondato da San Bruno di Cologne nel 1084, teologo tra i più importanti di quel periodo. In questo luogo di contemplazione, il regista tedesco Philip Gröning è riuscito a girare, dopo un’attesa durata diciannove anni, il suo monumentale capolavoro, Il Grande Silenzio. Ne è trascorso di tempo da quando il regista incontrò per la prima volta il Priore Generale dell’Ordine dei Certosini: le riprese del film sono durate quattro mesi, tra il 2002 e il 2003, per un totale di 120 ore di girato poi condensate nella definitiva durata di 160 minuti. Una operazione premiata dal successo con la presentazione nella sezione "Orizzonti" di Venezia dello scorso anno, un entusiasmo di pubblico pari a quello di Rotterdam e Toronto, il Gran Premio della Giuria al Sundance e il notevole riscontro al botteghino in patria dove Il Grande Silenzio ha battuto Harry Potter e il Calice di Fuoco.

L’inverno è protagonista di questo film struggente, è la stagione della purezza dell’anima, con la neve che copre il paesaggio e i tetti della Grande Certosa. La macchina da presa di Gröning si aggira dentro il monastero, mantiene una certa discrezione nel cogliere la grazia del silenzio, una monotonia sacrale nei gesti quotidiani dei Certosini. La porta socchiusa, la luce rossa nei momenti notturni di quando i monaci si riuniscono in preghiera, i lunghi corridoi e poi il suono delle campane che invoca l’inizio della liturgia. Le celle spaziose evocano il senso di una implacabile solitudine, fino a quando, in una scena, una di queste si riempie poco per volta di monaci in preghiera. Gröning riesce a restituirci, con pochi tratti essenziali, il senso di musicalità dello spazio dentro e fuori la Grande Chartreuse. La povertà del tenore di vita dei Certosini si arricchisce con la loro spiritualità: i monaci non buttano via niente, riciclano persino i bottoni per i loro poveri abiti e li ammucchiano per la bisogna. Tra i pochi dialoghi, c’è quello della scena che mostra l’accoglienza di due nuovi fratelli (di cui uno di colore), celebrato come un piccolo evento: l’abbraccio segna il passaggio ad una nuova vita di rinuncia e di preghiera e anche il taglio di capelli viene vissuto con gioia. Un altro dialogo ancora: la scena in cui i monaci approfittano della libera uscita, scoprendo la primavera appena arrivata e si divertono all’aperto chiacchierando tra loro con ironia. La domenica è il giorno in cui i Certosini mangiano tutti insieme in refettorio, la celebrazione della Messa è un altro momento in cui la comunità si ritrova prima che ognuno rientri nelle celle, in solitudine.

La macchina da presa inquadra i volti dei monaci pensosi: i primi piani sono intervallati da didascalie che richiamano frammenti di salmi e di preghiere. Tutto appare scandito dai suoni naturali della Natura, dal mormorio delle preghiere notturne in sequenze che sono tra le più suggestive del cinema contemporaneo. Nessun elemento artificiale, Gröning ha rispettato la sacralità dell’ambiente, evocando la luce divina, un suono altro che si fa sentire quando terminano le parole. Un anziano monaco che spala la neve con la pala in mano è una immagine che evoca la durezza della vita monastica, poiché i Certosini non dedicano molto tempo al riposo. È il lavoro nei campi e in cucina a scandire concretamente le loro giornate, il loro dialogo con la vita.
Ma Il Grande Silenzio non è solamente la messinscena analitica di rituali sospesi nel tempo. Alcune sequenze privilegiano la dimensione del racconto emotivo. Particolarmente suggestiva la scena dell’anziano monaco non vedente che parla della morte come una possibilità di elevazione, come un viaggio alla ricerca della qualità di Dio. Per lui la cecità è un dono, la tenebra irradiata dalle cromature della presenza suprema. È un dialogo intenso e toccante che richiama momenti indimenticabili di cinema classico, certi palpiti teoretici di Dreyer o gli echi concettuali di Bergman. Ovviamente, in Gröning non c’è alcuna aspirazione poetica: il suo è un componimento sulla nostalgia del silenzio, di una condizione umana originaria e sincera, della preghiera come possibilità di recupero della funzione concreta della parola. Un film filosofico, con qualche richiamo pittorico, che possiede una leggerezza speciale, una qualità documentaristica, fenomenologia che lo apparenta allo splendido Thérèse di Alain Cavalier o all’irraggiungibile capolavoro rosselliniano, Francesco Giullare di Dio. Citazioni a parte, ci preme soprattutto sottolineare la singolarità di questo componimento ispirato, capace di coniugare le tonalità del paesaggio con l’interiorità dei suoi protagonisti, figure di un mondo sganciato dal divenire di una quotidianità, quella contemporanea, che sembra aver perso ogni afflato di spiritualità.

© 2006 reVision, Francesco Puma