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Il Siero della Vanità1h 35'
Regia: Alex Infascelli La vanità della televisione esposta, anzi sovresposta dentro
la cornice del cinema è qualcosa di terribilmente volgare e d’osceno. Come in
Blob (ma potremmo pensare benissimo al felliniano Ginger e Fred, che
aveva colto benissimo questo genere di spettacoli), gli scarti pretendono d’essere
parti del flusso, ma sono solo avanzi... inutili. Nell’inquietante videoteca dell’ossessivo
telespettatore, la serialità del talk show di Sonia Norton diventa l’esorcismo
o l’antivirus contro una realtà selvaggia, inimmaginabile (il nome "Norton" fa
pensare proprio al famoso programma), contro l’invasione penetrante del vuoto.Il pensiero sul meccanismo perverso della ripetizione può essere considerato centrale nel cinema di Alex Infascelli. Ri-troviamo crimini perpetrati non da serial killer (come in Almost Blue) ma sempre più con il consenso che si forma dalla percezione beota artefatta eppure accettata, eretta a norma e sistema (di vita), come del resto le caratteristiche del curriculum vitae per sopravvivere nel mondo dei media ("devi sembrare una che la dà a tutti"). L’ultima sequenza, in modo geniale, scardina completamente il senso psicologico-psicanalitico della frattura che si traduce nella coazione a ripetere, laddove rivivere l’evento traumatico per il mago scioccato dal fiasco, dall’insuccesso, coincide con l’ennesima messa in scena. Ed è anche una sequenza ripresa in tempo dall’occhio televisivo che sancisce la ribalta, trasformando tuttavia, ed immediatamente, tutte le drammaturgie esistenziali in spettacoli vanitosi, vomitosi di vita. Alex Infascelli è attento alle sfumature percettive perché i
dettagli delle icone televisive trasmettono effetti devastanti. I corpi dei
personaggi sono fantocci di gomma, con i volti multiespressivi dai tratti
deformabili (a piacimento e secondo le convenienze), fino alle caricature
estreme. Senso del grottesco che avanza, risucchia tutto il visibile e sommerge
ogni altro libero pensiero. Sul capovolgimento (di scena) è anche costruita la
prima sequenza che mostra l’ennesimo duello mediatico, tra personaggi che
lottano per la ribalta, per una vittoria importante quanto inesistente.
Dall’altra parte siede un pubblico irrigidito (nel pensiero), immobile perché
incapace di elaborare azione e reazione, un pubblico condannato all’applauso
del consenso verso l’opinione. Ogni opinione trova legittimità nel suo essere
diversa da un’altra, non quindi nell’ordine logico di una razionale
approvazione e discussione. Il convincimento verso le tesi è perpetuo. Lo
stesso spettatore può ammettere la tesi dell’assassino e della vittima.Caratteristica non irrilevante del (ri)mettersi in scena nel talk show è calcolare tutte le diversità solo in apparenza possibili: l’uomo comune con il VIP, le regole dello show business, con l’ansia d’essere famoso per alcuni minuti (secondo la promessa di Andy Warhol). Nel Siero della Vanità la tragedia delle esistenze rappresentate è nella meschinità verso la merce che attira: la presunta equazione tra fama e benessere. Opporsi al refrain è un gesto esclusivo di ritrosia. Come la detective Buy che infine scivola fuori dal cordone di cinta di curiosi che prontamente si è formato di fronte all’ennesimo evento guardato da una telecamera televisiva. Un occhio che non riesce a guardare in nessuna direzione, ma solo verso se stesso, tendendo a recuperare nello specchio immaginario una certa immagine di sé (sempre più delirante). Uno svuotamento perfettamente figurato dal film, nel quale l’andirivieni di personaggi appare è banale e significativo al tempo stesso come il succedersi di chiari sintomi malsani. Un lavoro di coscienze in lotta per non soffocare di vanità e umiltà, nel paradosso, nell’ossimoro. Sembra proprio che non si riesca a trovare un equilibrio tra i due estremi. E probabilmente la televisione, con il passare degli anni, è diretta verso quest’apparenza solo vanitosa (e vuota), senza poter mai fermarsi, pensare ad altro. © 2004 reVision, Andrea Caramanna |
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