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Sideways

2h 04'

Regia: Alexander Payne



Indipendente. È un po’ di tempo che i critici si baloccano con questa parola. Un uso e un abuso che l’ha trasformata (al di là della sua originaria connotazione economica) in una specie di passepartout, buono per tutti i significati. A seconda dei casi, indipendente può voler dire "artistico", o anche "privo di effetti speciali", "privo di divi", di supereroi, di trame fantastiche. Insomma un prodotto elitario, godibile solo da pochi iniziati. La vacua inconsistenza del termine spesso fa il paio con l’altro termine altrettanto approssimativo che è "cinema europeo": un genere cucito su misura per certo pubblico "colto" statunitense, e fatto di ritmi lenti, cineprese statiche, lunghi dialoghi, assenza d’azione, il tutto spalmato di una garbata patina "d’autore". I due attributi diventano uno solo allorché l’indipendente americano agghinda il proprio stile con una "maniera" europea: un ibrido talmente efficace da trovare asilo persino agli Oscar, come una sorta di vaccino con cui Hollywood finge di rinnovarsi, mentre in realtà si preserva. Quest’anno è il turno di Alexander Payne.

Sideways è una commedia carina, gentile, con un paio di scene esilaranti e due interpreti perfetti. Miles è un insegnante, aspirante scrittore, depresso reduce da un matrimonio fallito. Jack è un attore in declino ridotto a recitare velocemente le avvertenze a fine spot. Due amici agli antipodi: Miles sfoga le proprie frustrazioni nel vino, Jack nel sesso. Ad una settimana dal matrimonio di Jack, Miles si offre di guidarlo in un singolare addio al celibato: un’escursione enologica attraverso la campagna californiana...
I referenti sono palesi: Rafelson, Ashby e (per ammissione stessa dell’autore) Il Sorpasso di Risi. Ma Payne è ansioso di consensi e pubblico, e pur imitando i suoi modelli, si guarda bene dal seguirli fino in fondo: ne mima il pessimismo, ma non la disperazione; ne riproduce l’ironia, ma non la satira sociale. La morale è che Rafelson non vince Oscar, Payne sì. Un discreto copione e 125 minuti non bastano per partorire una sola idea da regista; e quando, per riassumere un lungo pomeriggio di Jack e Miles tra cantine e vigneti, lo schermo viene sconsideratamente suddiviso in quattro parti, si ha l’impressione di un principiante che si diletti con un programma di videomontaggio.

Sideways resta una bevanda da sceneggiatore, il cui lieve aroma si basa esclusivamente sui dialoghi, mentre le immagini sono solo la passiva bottiglia che li contiene. Perfino il soggetto centrale della trama, il Vino, resta materia inerte, un corpo che non riesce a farsi forma, non partecipa in alcun modo all’organizzazione strutturale della regia. Non c’è, insomma, una "alcolizzazione" del film, un cinema-vino il cui effluvio penetri intenso nelle narici, si sparga acre nel palato, scenda morbidamente nella gola e risalga su come un inebriante profumo. [Retrogusto amaro: possibile che cento anni di cinema italiano non siano riusciti a partorire un solo film dedicato al vino, tra i pochi veri simboli del nostro paese?]
Sideways invecchierà male come un vino edulcorato. Ora, come già si diceva per A Proposito di Schmidt, che il virus dell’Indipendente "all’europea" imperversi negli Stati Uniti è fatto ormai endemico. Il problema nasce quando il morbo attraversa l’oceano, visto che la critica nostrana non fa nulla per proteggersi, anzi non vede l’ora di farsi infettare. Perché il virus dell’Indipendente non lascia scampo: si comincia col lodare Payne, e si finisce con lo stroncare Scorsese.

© 2005 reVision, Dante Albanesi