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Shortbus1h 41'
Regia: John Cameron Mitchell John Cameron Mitchell è un cineasta squilibrato. Tende a (far) eccedere lo sguardo. A piegarlo verso la nudità (gratuita) del corpo. E
pure tali nudità, condite di insoliti acrobatismi, scuotono fino ad un certo punto, soprattutto quando la scena appare più una ricostruzione dettagliata, un senso voluto,
e non la "benefica" deriva di un’osservazione che procede su vari livelli e strati. Così Shortbus si riduce subito a quello che vorrebbe essere, già dopo alcuni minuti:
vedere la sessualità nelle sue nervature scoperte, con quel sogno di esibizionismo narciso che non guasta. Perché Shortbus è l’esercizio continuo del ritrarsi, rivedersi,
anche attraverso il corpo altrui. Questo ci pare il senso più bello ed interessante del film, che esplode attraverso il personaggio della terapeuta anorgasmica. A pensarci bene
il suo aggirarsi tra le varie pratiche sessuali è la percezione avida di una situazione possibile, di un evento, l’orgasmo, che non è progettabile come percorso razionale,
ma esperienza continuamente gettata nel nulla, o meglio, nel coacervo di ineffabili pulsioni. Come scaturigine d’una serie di infinite situazioni individuali. La psicoanalisi
o la psicologia applicata cosa possono fare, se non l’ascolto muto delle varie esistenze? Ed è il medesimo atteggiamento che infine prevale: l’ascolto attonito ed umile, di
fronte alla confusione del mondo.
Shortbus accoglie la sessualità come esperienza complessiva, senza divisioni o steccati, in grado di sconvolgere le vite, ma soprattutto di determinarle, indirizzarle,
ferme restando le complesse procedure intellettuali che ogni individuo elabora.
Shortbus non riesce a varcare la soglia della semplice narrazione diaristica. Nel senso che prevalgono le soggettive e la visione procede attraverso il passaggio del
punto di vista da un personaggio all’altro. Di sicuro è un modo per rendere più forti le psicologie dei personaggi, ma il film finisce con il precludersi una visione più cruda
della realtà. Il mondo bizzarro sembra poi la cifra comune della sfera omosessuale, senza tante dissonanze, allorché tutti i personaggi sono frequentatori dello stesso locale
notturno. Si può vivere la propria sessualità in tanti modi, ma certo una teatralizzazione così spinta e spesso non necessaria, né tanto cifra stilistica, rischia di provocare
gravi equivoci. Vero che la più recente e addomesticata rappresentazione di tutte le sessualità è il principio di un’omologazione strisciante, ma la relazione tra due uomini
si può raccontare benissimo con la capacità fulminante di Ang Lee (Brokeback Mountain), che si presta anche ad interpretazioni errate, però
è un esempio di grande cinema. Dall’altra parte la provocazione è tale o fa solo finta di esserlo, e certo Cameron Mitchell non è Bruce LaBruce o il cinema indipendente omosessuale
tout court.Nonostante tutto, film come Shortbus sono necessari, con tutti gli squilibri e le ingenuità di cui si è detto. Anche per far incazzare qualcuno, non sappiamo chi. Anche per vedere se c’è una reazione al magma desolante del novanta per cento del cinema contemporaneo dal quale Shortbus si distingue di una spanna. Che poi in Italia le copie distribuite di Shortbus, siano state dimezzate, beh questo è un altro discorso... © 2006 reVision, Andrea Caramanna |
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