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SferaSphere - 2h 12' Una delle caratteristiche principali del cinema postmoderno è la citazione. Sfera è senz’altro
un film postmoderno perché è il frutto di una totale assenza di originalità. Già adattato da un vecchio romanzo del "re Mida"
Michael Crichton, la sfera di Levinson "rubacchia" a piene mani dall’immaginario fantascientifico di questo secolo e non solo.
A cominciare, infatti, da 20.000 leghe sotto i mari di Jules Verne, attraverso gli Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo di
Steven Spielberg, La Cosa, Alien, Contact,
Il Pianeta Proibito e Solaris per la chiave psicanalitica, 2001: Odissea Nello Spazio (perché il mostro
assomiglia a Hal 9000) e tanto per ricordare un regista molto di moda ultimamente, il Cameron di The Abyss.
Dicevamo appunto la citazione che, secondo gli studi di Alberto Negri sul cinema postmoderno ("Ludici disincanti. Forme e
strategie del cinema postmoderno, Bulzoni editore") può considerarsi di più tipi. Nel nostro caso ci troviamo di fronte a
quella che Negri indica come citazione-allusione: "la ripresa di un modello avviene attraverso un processo di contaminazione
che permette di evitare ogni identificazione".
Così Sfera non rimanda a un solo testo, ma a una serie di testi e li mescola tutti fidandosi della mancanza di memoria
dello spettatore.
Quattro scienziati americani, uno psicologo (Dustin Hoffman), una biochimica (Sharon Stone), un matematico (Samuel L. Jackson) e un astrofisico (Liev Schreiber) si ritrovano nel fondo dell’oceano Pacifico a trecento metri di profondità. Riuniti dal leader militare della base sottomarina Harold Barnes (Peter Coyote), dovranno scoprire la natura del relitto ritrovato: una astronave probabilmente aliena e comunque di una tecnologia molto più sofisticata di quella conosciuta sulla terra, che secondo i calcoli è sprofondata in mare 288 anni prima. Nel relitto si trova un oggetto misterioso, una grande sfera dorata luccicante che nasconde un terribile segreto. Inizio davvero intrigante che si sviluppa nell’atmosfera claustrofobica dell’habitat subacqueo. Il film continua sul piede del kammerspiel, concentrandosi sui dialoghi e sulle espressioni dei protagonisti. Suddiviso a capitoli (la superficie, l’analisi, la forza ecc.) diventa una sorta di analisi psicanalitica dei personaggi. I quali misteriosamente materializzano i loro incubi più terribili, mettendo a repentaglio la sopravvivenza di tutti. Si passa così dall’apparizione di giganteschi calamari, di meduse assassine, di serpenti marini, fino al mostro intelligente che si manifesta attraverso codici matematici che appaiono sullo schermo del computer, dice di chiamarsi Jerry, rivela di essere felice e... di voler uccidere tutti Nonostante una sceneggiatura contraddittoria (forse troppe mani, Kurt Wimmer, più Stephen Hauser e Paul Attanasio hanno
lavorato sullo screen play) e l’epilogo raffazzonato che pregiudica l’opera intera, Sfera è un film riuscito, diciamo
al settantacinque per cento.
Eccitante è tutta la prima parte che comunica una incessante tensione unita alla curiosità di scoprire il segreto della sfera.
La seconda parte si gode più che altro per il ritmo ossessivo, quasi malato. Per la rarefazione, i vuoti tra una scena e
l’altra, la mancanza di veri e propri raccordi che fanno assomigliare i protagonisti a dei fantasmi, simili a quelli di The Kingdom
di Von Trier. E i cui dialoghi ipnotici stupiscono, perché sembrano fuori contesto, spesso lontani dall’incubo che
stanno vivendo, in ansiosa oscillazione tra eventi quotidiani, come farsi una doccia o prepararsi da mangiare, e gli eventi
drammatici della storia.
© 1998 reVision, Andrea Caramanna |
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