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Sex and the City

Sex and the City: The Movie - 2h 20'

Regia: Michael Patrick King



Il titolo richiama un archetipo: Sex and the City (dove il "the" è ampiamente giustificato visto che "la" città è New York), rimane un’autentica formula magica che ha garantito il successo di una delle sitcom più glamour, resistenti ed entusiasticamente gradite del piccolo schermo, uno stracult nato dieci anni fa traendo lo spunto da un pepato romanzetto bestseller di Candace Bushnell.
Le avventure delle quattro trentenni, vogliose ed orgogliose single alla ricerca del maschio perduto, inscritte nel mitico scenario (che tanto ha dato e deve al cinema–cinema) della Grande Mela, garantiscono un consenso anche critico apparentemente immarcescibile, passato indenne persino al tragico evento dell’attentato alle Twin Towers, sfregio non solamente paesaggistico dell’America upper intenta ad elaborare le proprie scorie di edonismo sopravvissuto all’era dell’AIDS ed alle sue conseguenze.
Adesso questo titolo debutta nelle sale cinematografiche di mezzo pianeta, a celebrare il proprio glorioso compleanno, con una lunga e corposa puntata speciale, scritta e diretta da Michael Patrick King (produttore esecutivo, sceneggiatore e regista della serie), che comincia dove finisce la sesta stagione recuperando un lasso di quattro (quasi cinque) anni destinati, come le foglie (ricordate Giacosa?), a cadere d’autunno e a non rifiorire più. E’ il maledetto kronos ad incidere le implacabili rughe sul volto delle simpatiche tardone del serial, dopo tante malinconiche illusioni e roventi afflati sessuali e sentimentali, utili a spargere make-up sul pirandelliano "vuoto che si fa dentro" fino alla deriva chirurgica correttiva di borse, zampe di gallina e doppio mento, il tutto condito di sana ironia e di conquistato disincanto, per sentire meno il sottile dolore dell’insoddisfazione, incombente come la spada di Damocle. Dopo tanto lavorio seduttivo, quel che resta è la soluzione finale di un postromantico adattamento all’intimità casalinga, con tanto di maschio protettivo da accudire a fianco, quadratura del cerchio per donne fatte e rifatte così.
Legare a questa nuova trama quella, fluviale, del corpus seriale precedente è impresa improba quanto inutile: Sex and the City, il film, non è destinato ai soli fan televisivi dell’impresa e lo si può godere come un unicum bastante a sé (per poi, magari, recarsi a comprare i cofanetti di tutte le puntate in DVD).

Il compito di tirare le fila della intricata fabula spetta, come al solito, alla impareggiabile Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker), tenutaria della rubrica del titolo sul "New York Star" che sciorina perle di saggezza da rotocalco circa le relazioni più o meno pericolose vissute in prima persona, da amiche e da conoscenti (mentre si fa sentire, in testa, la famosa sigla della sitcom arrangiata per l’occasione dalla Pfeiffer Bros. Orchestra). (Ri) conosciamo così le altre protagoniste: il disilluso avvocato Miranda Hobbes (Cynthia Nixon) votata al piacere disimpegnato e poi volontariamente inguaiatasi con il barista Steve Brady (David Eisenberg), bravo ragazzo innamoratissimo di lei che l’ha condotta a vivere, dopo averle fatto fare un figlio, nella città natale della propria mamma in quel di Brooklyn; la gallerista d’arte tradizionalista e sognatrice Charlotte York (Kristin Davis), unitasi al calvo avvocato ebreo Harry Goldenblatt (Evan Handler) che le ha seguito la pratica di divorzio e che poi, dopo non pochi tentennamenti, ella ha finalmente sposato adottando, perché sterile, una pargoletta cinese; la spregiudicata, dongiovannesca Samantha Jones (Kim Cattrall), teorica di un sesso libero messo in pratica fino alla grande paura di un tumore al seno che la spinge, in odor di redenzione, tra le braccia del prestante Jerry "Smith" Jerrod (Jason Lewis), un attorucolo innamorato pazzamente di lei, sua pigmaliona che è stata capace di trasformarlo in una star e di condurlo a Los Angeles.
La norma del politically correct vuole che siano presenti anche i personaggi del terzo sesso (in questa puntatona, invero un po’ sullo sfondo): l’organizzatore di matrimoni Anthony Marentino (Mario Cantone) e l’amico–consigliere gay per eccellenza, Stanford Blatch (Willie Garson). New entry all’uopo è la simpatica Louise proveniente da Saint Louis (interpretata dalla brava Jennifer Hudson il cui potente timbro avevamo apprezzato in occasione del musicale Dreamgirls), nel ruolo della segretaria di Carrie durante il periodo in cui essa è precipitata nel vortice di una depressione causata dal mancato matrimonio con il finanziere Mr. Big (Chris Noth). Recupero di una icona glamour del secolo scorso è quello della sempre affascinante Candice Bergen (peraltro protagonista televisiva di Boston Legal), che qui incarna la volitiva editor di "Vogue".

A garantire i minimalistici colpi di scena, brillantemente dispensati, provvede lo script che fa (quasi) convolare Carrie, divenuta nel frattempo scrittrice di tre bestseller, a giuste nozze con l’agognato suo Mr. Big (il quale, arrivato al giorno dei fiori d’arancio, si fa prendere dal panico imponendo la marcia indietro alla sua limousine finché la promessa sposa non lo rintraccia e lo schiaffeggia col bouquet del rito mancato). Tale episodio si lega a quello di Miranda, neo–casalinga travolta dallo stress, che subisce la confessione di tradimento del partner, una sola maledetta notte a contrastare il calo di desiderio che travolge la coppia; mentre a Samantha capita di elaborare l’assenza tra le coltri del suo baby–fidanzato, che fa tardi dal set, con costosi shopping e con una deriva voyeuristica nei riguardi nel focoso ed attraente vicino di casa che se ne fa una a notte. Tocca a Charlotte il ruolo della moglie appagata e la sorpresa di rimanere finalmente incinta, non senza giustificati tremori per questo miracolo tardivo.
Il film ci presenta, dunque, le piccole (si fa per dire) single che crescono e mettono su famiglia, a stemperare l’angosciosa ricerca di un’altra metà atta a sentire pulsare la passione una volta e per tutte nelle parti alte. L’occasione è ghiotta per i fanatici delle architetture, del design, del look andante e qui proveniente direttamente dal centro dell’Impero: colazioni nei dintorni della Tiffany che fu, marciapiedi multietnici, aste e sfilate dell’old style che si fa nuovo (e viceversa), un vortice di glamour e di gossip rischiosamente annichilente se non fosse per i sempiterni problemi esistenziali che, da Liala in qua, garantiscono gli umanissimi e riconoscibili trasalimenti dell’anima femminile che vorrebbe farsi maschile e che (per fortuna) non ci riesce.
Muta il paesaggio, dal ponte di Brooklyn fino ai deserti più o meno dorati di Los Angeles e l’oltre frontiera del Messico dove si recano le amiche riunitesi perché Carrie possa uscire dalla nuova depressione (doveva essere la meta del suo viaggio di nozze!), ma i problemi per l'appunto restano a garantire, finché l’auditel lo consente, un sequel di puntate all’infinito.
Sex and the City non è altro che la postmoderna versione del classico impianto della commedia sofisticata, servita da dialoghi adamantini quanto intelligenti, con la prurigine che i tempi e il target consentono (sul grande schermo si parla di sesso, e lo si mostra, in maniera più castigata rispetto alla versione TV): così vediamo Carrie, durante un capodanno, sciolta davanti al DVD di Incontriamoci a Saint Louis, evergreen di Vincente Minnelli, mentre il tempo "goes by", segnato da un cambio di stagioni che fa rimembrare i bei tempi andati quando, all’inizio, la stessa protagonista incrocia quattro amiche ventenni nel cuore di Manhattan e noi immaginiamo un possibile cambio della guardia generazionale ambientato in una New York del futuro.
Intanto godiamoci questo ironico peana sul valore dell’amicizia femminile (con scorie, appena accennate, del femminismo ormai vetusto) e sulle alterne vicissitudini alimentate dal gioco dei contrastati desideri (che qui si fanno sogni a differenza delle favole) su cui s’innesta una euforia commovente perché non priva di necessaria pietas. Godiamoci queste amiche del cuore non più in cerca (come la Diane Keaton del film, datato 1977, di Richard Brooks) di un pericoloso Mr. Goodbar, ma invece intente a sorseggiare un Cosmopolitan, ad indossare mise di Alexander McQueen o di Vivienne Westwood e scarpe rigorosamente Manolo, esorcizzando così la sfioritura incombente ed inevitabile.
Nel luogo, non tanto immaginario, dove il sesso politicamente corretto si fa meccanismo produttivo simile ad altri della metropoli per eccellenza, è pur giusto celebrare i residui di solidarietà possibile, ad esempio i 50 anni di Samantha in una festa dove non mancano, naturalmente, Carrie e le altre, rimaste fedeli a se stesse ed al pubblico che continua ad applaudirle.

© 2008 reVision, Francesco Puma