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Severance

1h 36'

Regia: Christopher Smith



Fa paura a molti il nuovo genere horror. Ma sottopelle, quasi in sordina. Della serie: sì, già tutto visto, lo slasher movie, la commedia nera, l’accusa politica più o meno diretta. Però Severance è anche qualcosa di più. È già trovarsi sopra la mina ed esplodere, oppure con la gamba dentro la tagliola, oppure colpiti da un bazooka per sbaglio a bordo di un aereo di linea, oppure essere massacrato dalla ferocia di un anonimo terrorista. Tutta una situazione "normale", "quotidiana", di routine. Come varcare un controllo all’aeroporto ed essere perquisiti da poliziotti armati fino ai denti. Non ci meravigliano questi personaggi, tutti dipendenti di una fabbrica di armi. Sono le nostre aziende più fiorenti. Mentre c’è crisi per tutte, la produzione di armi si distingue per i suoi eccezionali profitti. Lavorare per un’azienda che fa cannoni, carri armati, mitragliatrici ecc è una situazione del tutto accettabile. Ecco il senso dell’ancorare in un al di là percettivo, il film. Non nel futuro, in una sorta di territorio distopico, ma sul fronte palpabile di quello che siamo già diventati. Lavorare in gruppo significa simulare una guerriglia tra i boschi, ma non è un gioco, è tutto autentico, per testare a dovere le armi. E dal week-end di vacanza lavoro è lecito aspettarsi ogni sorpresa. Siamo abituati a tutto. A mettere un moncone di un arto inferiore all’interno del frigo, oppure a organizzare una difesa a colpi di mitra o con feroci pugnalate inferte con il gusto dell’orrore più sadico, dove non batte il sole. Ironicamente sadico. E non si tratta di tagli al personale, che è un effetto, una possibilità tra le altre: tagli al personale, o tagli a chiunque si trovi dalle parti di Severance.

Ma dov’è, Severance? Per ora è rimosso ai limiti dell’impero. Come nella saga di Hostel nell’Europa dell’Est. E chissà perché per Severance si fa riferimento alla Transilvania, così la pubblicità su Sky, ma i vampiri non c’entrano niente. Semmai il limite suddetto è l’ago di bilancia della nostra capacità di spostare l’orrore il più lontano dai nostri occhi. Fingendo che l’orrore sia lontano, mentre nel mondo globalizzato, come ha detto Mario Capanna, la coscienza separata è una balla. Solo la coscienza globale può salvarci. Il riconoscere che siamo responsabili tutti di un’azione che si svolge nel punto più remoto del mondo, perché essa avrà comunque conseguenze nel resto del pianeta.
Severance è quindi il toponimo di un avvertimento, di una preoccupazione sempre più penetrante, che il cinema riesce ad articolare attraverso queste immagini che sembrano fantasmatiche, ma che invece sono un riflesso intimo della realtà contemporanea. La lezione del cinema di fantascienza ed horror dovrebbe esser sempre presente. Sono opere che ci fanno vedere più chiaramente e il film di Smith è senz’altro un episodio rivelante e rilevante come il cinema di Carpenter, Romero, ecc. E del tutto insostituibile.

© 2007 reVision, Andrea Caramanna