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Settimo Cielo

Wolke 9 - 1h 39'

Regia: Andreas Dresen



"Lo sai come scopano quelli di 80 anni? Lei sta a testa in giù e lui glielo cala dall’alto": il motto di spirito, disinibito quanto provocatorio, appartiene ad uno dei dialoghi del sorprendente Settimo Cielo, pellicola di produzione tedesca, giustamente premiata con il premio "Coup de Cœur" nell’edizione di Cannes dell’anno scorso, dove è stato presentato nella sezione "Un Certain Regard". Non si creda, però, che questa sia la tonalità prevalente del film, caratterizzato invece da una malinconica atmosfera che non concede nulla alla retorica hollywoodiana del patetismo dolciastro nell’affrontare il delicato tema dell’eros senile. Il regista tedesco Andreas Dresen decide di trattare la materia con contenuta ironia, per mezzo di uno stile asciutto che gioca sulla flagranza di una rappresentazione impudica (ma chiaramente assai casta) della sessualità. Attraverso un’intelaiatura narrativa capace di esplorare, con analitica implacabilità, i sussulti emotivi e i silenzi traumatici di questa storia d’iniziazione tardiva quanto liberatoria, il film espone i suoi interpreti ad una recitazione da psicodramma dove ogni reticenza è abbandonata in nome dell’adesione veritiera allo spirito dell’assunto che assume le forme di una tragedia straniata dove emblematica risulta la presenza di un coro musicale durante le prove. Anche la quotidianità è raccontata in tutta la sua evidenza attraverso la musica dei suoi rumori (come quello del fischio di una caffettiera sul fuoco) che sono il segno d’immanenza di una dimensione implacabilmente vitale dell’esistenza. E’ col primo piano della sessantacinquenne Inge (Ursula Werner) che si apre Settimo Cielo, con la ripresa della sua esitazione nei confronti di un gesto quotidiano che diventerà decisivo per una svolta esistenziale inconsciamente ricercata: l’occasione di consegnare di persona i pantaloni appena ricuciti al settantaseienne Karl (Horst Westphal) provoca infatti la scintilla di un focolaio di passioni troppo a lungo occultato. I due corpi non più giovani possono così unirsi, lasciando trasparire un piacere sessuale che finalmente ha trovato la giusta opportunità per esplodere.

L’amplesso tra la sarta ed il cliente viene mostrato senza reticenze e con provocatoria crudezza come avviene per tutti gli altri incontri casuali del film: la matura Inge vi si abbandona con estatico entusiasmo, arrivando a rievocarlo durante una masturbazione nella vasca da bagno in cui s’immerge dopo la liberatoria esperienza. Ora è venuto il momento per lei di mettere in seria discussione il rapporto che la lega da trent’anni al marito Werner (Horst Rehberg), un borghese pigro e contemplativo, fumatore e teledipendente, a cui piacciono le gite in treno, però ancora innamorato della moglie, la quale stenta ad accettare di continuare ad avere un rapporto fisico con lui arrendendosi, dopo un primo rifiuto, alle ripetute avances di Karl. Il rovente rapporto tra i due continua con gite in campagna e nuotate ristoratrici, con amplessi frenetici capaci di aprire ad entrambi la prospettiva inaspettata di una nuova giovinezza. Petra (Steffi Künnert), la figlia di Inge, messa a parte dalla madre della sua relazione proibita, consiglia alla donna di mantenere il segreto. Ma Inge confessa al marito il tradimento facendo sprofondare l’uomo in una depressione che lo conduce ad un gesto estremo. Così la scelta del giro di vite da parte dei due maturi amanti che, nel frattempo, hanno deciso di andare a vivere insieme, subisce una brusca frenata con la notizia del suicidio di Werner.

Una storia semplice con un risvolto tragico condotta con straordinaria grazia ed un’asciuttezza retorica che neutralizza ogni sospetto di compiacimento e di moralismo ammonitorio. Il regista Dresen, una delle personalità di spicco del nuovo cinema tedesco, mostra di saper amministrare assai bene l’economia del suo racconto, evitando le trappole di un sentimentalismo fuori luogo ed invitando il pubblico a prendere atto, senza imbarazzo, dell’evidente bisogno d’amore dei suoi personaggi che vivono le loro vibrazioni erotiche grazie all’intelligente adesione dei loro interpreti, assai bravi nel recitare pudicamente l’espressione della loro libido ritrovata nel gioco della passione amorosa. Spesse volte, in Settimo Cielo, la macchina da presa si ferma sulla soglia condividendo l’ansia dei personaggi (si veda la sequenza domestica di Inge che entra ed esce dalla cucina passando nella stanza accanto cercando il marito, finendo poi per telefonare con ansia alla figlia per informarsi se l’abbia visto, mentre il piano rimane sempre implacabilmente fisso).
La sceneggiatura miracolosa (scritta dallo stesso regista insieme a Jörg Hauschild, Laila Stieler e Conny Ziesche) riesce ad evocare, rendendoli concreti, i sussulti e le guida di queste identità mature che si abbandonano ad un entusiasmo adolescenziale per poi ritrovarsi segnate da un improvviso dolore. Senza ricorrere ad algidi e stucchevoli effetti speciali, in stile Il Curioso Caso di Benjamin Button, questo piccolo gioiello d’intelligente minimalismo offre una delicata e profonda riflessione sulle sottili ambiguità della dimensione amorosa, sull’ardua ed esaltante partita che si gioca vivendo fino in fondo le possibilità del corpo quando queste coincidono con quelle dell’anima, esorcizzando ogni paura nei confronti della solitudine, dell’abbandono, dell’afasia e della morte.

© 2009 reVision, Francesco Puma