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Sette Anime

Seven Pounds - 2h 03'

Regia: Gabriele Muccino



Ogni percorso di redenzione ha le sue incertezze. Quando ci s’inoltra nel tunnel della depressione è il significato stesso del vivere a sgretolarsi inesorabilmente, lasciando però sempre aperto un provvidenziale punto di fuga. Allora si può comprendere che la partita è ancora aperta, che il confronto con il destino riserva continui colpi di scena e detour imprevedibili. Ma dall’esperienza della morte vissuta in vita non è facile tornare indietro. Dolorosa è l’elaborazione del dolore provocato dalla colpa, da un gesto fatale impossibile da esorcizzare, dall’esperienza luttuosa incancellabile. E allora le scelte esistenziali che si prendono possono anche essere le più estreme, in sintonia con quella vertigine attraverso la quale il mondo stesso si riscrive intorno a noi. E’ questa l’esperienza del personaggio di Sette Anime, incarnato da Will Smith, giunto alla sua seconda collaborazione con il regista Gabriele Muccino dopo il precedente La Ricerca della Felicità (film di cui notammo, come dato negativo, l’utilizzo eccessivamente nevrotico della macchina da presa). Smith è uno degli attori di colore di maggior richiamo di pubblico in America, alla ostinata ricerca di una maturazione artistica lontana dai fasti dei blockbuster da lui interpretati recentemente come Hancock e Io Sono Leggenda. L’occasione dell’incontro con un ruolo dalle venature più complesse è stata quella mucciniana con il precedente citato, mentre quest’ultimo Sette Anime si propone come la conferma di un’intenzionalità nel suo affrontare temi non facili come il senso di colpa e le asperità dell’amore spirituale, di matrice cristologica adombrando un mistero che si cela nei recessi di un’interiorità devastata.

Smith è Ben Thomas (nome fittizio di cui si è appropriato per motivazioni che non sveleremo), un agente dell’Agenzia delle Entrate. Una notte, mentre si trova alla guida con la bella ed elegante moglie, provoca per distrazione un incidente dove assieme alla consorte muoiono altre sei persone. Il trauma lo conduce a cercare una via di espiazione attraverso la meccanica compensazione del salvataggio di sette vite meritatamente bisognose d’aiuto. Un impulso consolatorio che lo mette a confronto con le concrete regole della solidarietà, faccia a faccia con situazioni umane estreme, che riguardano individui segnati e in attesa di un trapianto. L’incipit ci mostra il protagonista in preda alla disperazione mentre telefona ad un numero d’emergenza annunciando il proprio suicidio. E’ l’espediente del flashback a raccontarci gli eventi accaduti permettendoci di ricostruire la parabola esemplare di un giro di vite che da una lussuosa villa al mare ci conduce nel claustrofobico spazio della stanza di uno squallido motel. E’ l’apprendistato di una rinascita, capace di trasformare un uomo perbene in una specie di sostituto terreno di Dio. Che Ben sia un uomo speciale, troppo generoso come agente delle tasse, lo nota principalmente Emily Posa, una ragazza vittima di una malformazione cardiaca e in attesa di ricevere un cuore nuovo, intensamente interpretata da una splendida Rosario Dawson. Questo incontro conduce il nostro ad un altro doloroso "incidente" (che consiste in un non previsto innamoramento con la fanciulla). L’amore, quello assoluto e disinteressato macinato nel suo viaggio tra cliniche e ospedali (il dialogo con un’anziana ricoverata in una casa di cura è particolarmente toccante) s’interseca con quello totalizzante con la "ragazza dalle ali spezzate" (come Emily stessa si definisce), portatore di un conflitto lancinante e difficile da tollerare. Altro personaggio significativo, nel tragitto di purificazione di Ben, è quello di un pianista non vedente, Ezra Turner (interpretato dal grande Woody Harrelson, attore capace di lasciare il segno) e la cui vicenda costituisce uno dei tanti punti di svolta del film.

Non tutto fila liscio in questa seconda prova americana di Muccino. La sceneggiatura, scritta dal televisivo Grant Nieporte, è un tantino meccanica, con una prima parte che meritava qualche snellimento strategico. Quando la narrazione si fa più lineare, nel concentrarsi sulla centrale storia d’amore, il film respira offrendoci il suo mix esistenzial–romantico in linea con lo stile del regista, col suo gusto un po’ borghese e retrò che trova qui la sua sintesi nella scena della cena a lume di candela col sottofondo della voce senza tempo di Charles Aznavour. Muccino cerca ostinatamente l’effetto emotivo usando ancora una volta la macchina a mano però con meno enfasi del solito, tratteggiando con minimalistica dimestichezza il contesto scolorito e dai fatiscenti valori che è il teatro ideale del suo protagonista diviso tra rimpianti e desideri. Rischiando continuamente di cadere nel facile sentimentalismo e in un certo estetismo di maniera, Sette Anime riesce ad arrivare in porto con una dignità encomiabile, a paragone con gli standard attuali, riuscendo persino a commuovere in qualche passaggio e regalandoci un’ultima mezz’ora tutta in crescendo. Rimarchevoli risultano il personaggio di Dan interpretato da Barry Pepper, il debutto come attore di Connor Cruise (figlio adottivo di Tom che assume le sembianze di Ben nei flashback sulla sua infanzia) e l’autocitazione del cognome di una delle sette "anime" scelte dal protagonista, Ristuccia, lo stesso della famiglia al centro di Ricordati di Me.
In originale il film s’intitola Seven Pounds come riferimento ad una celebre battuta del personaggio di Shylock ne "Il mercante di Venezia", le sette libre di carne oggetto di scambio in una fatale contesa esistenziale. Sorretto da una colonna sonora originale di Angelo Milli che s’impregna di toni mistici, Sette Anime è un prodotto demodé che ammicca ai classici mèlo e ai paradigmi di Frank Capra, riportandoci al kitsch consapevole dei "lacrima–movie", in un connubio che celebra il dualismo "amore e morte", con generosità e affanni. E’ nella battuta "in sette giorni Dio ha creato il mondo, in sette secondi io ho distrutto il mio" che è racchiuso il significato di questo film imperfetto ma sincero, capace di dividere la critica americana e anche la coscienza dello spettatore, continuamente tentato di riconoscersi in Ben, uomo senza qualità invaso dal dolore del mondo.

© 2009 reVision, Francesco Puma