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Session 9

1h 40'

Regia: Brad Anderson



Pensare il cinema significa far agire la serie di caratteristiche dell'immagine. Immagine che è sempre superficiale, beffarda nei suoi esili rimandi ad altro. E naturalmente imprimere una direzione alla successione del visivo è sicuramente il più grande problema per tutti i registi. Di solito entrano in campo le cosiddette sceneggiature di ferro, ma Session 9 dimostra che per fare cinema occorrono, più che la storia, le impressioni visive di luoghi e personaggi. Non un vissuto narrato, né una descrizione dei fatti, ma l'ambigua lacerazione di pezzi che si etichettano per tentare di distinguerli l'uno dall'altro. Così i giorni della settimana, durate che circoscrivono eventi che si stratificano per (rin)tracciare un'unica intuizione: della follia totale. Come le sessioni: uno, due, tre... nove, siamo sicuri che si tratti di pezzi di un puzzle da ricomporre? È decisiva la ricostruzione del racconto dentro i confortevoli steccati del thriller? O almeno è questo che importa? È questo che ci lasciano le immagini disturbanti di un film che mostra l'assenza indifferente del luogo, proprio a partire dal luogo dove si registra, o si vuole registrare e confinare l'assenza di mente. I perimetri infiniti del manicomio alla fine sono una metafora della mente umana, dell'impossibilità di vedere oltre se stessi; l'uomo vede il mondo attraverso una lente come il "guardare attraverso" che intende Emilio Garroni in una rilettura estetica di Wittengstein. Nondimeno, in maniera più pragmatica il sociologo Edgar Morin (in "I sette saperi necessari all'educazione del futuro", Raffaello Cortina editore) ci dice: "Nessun dispositivo cerebrale permette di distinguere l'allucinazione dalla percezione, il sogno dalla veglia, l'immaginario dal reale, il soggettivo dall'oggettivo. Per l'essere umano l'importanza dell'illusione e dell'immaginario è inaudita. Le vie di entrata e di uscita del sistema neuro-cerebrale, che mettono in connessione l'organismo con il mondo esterno, rappresentano solo il 2 per cento dell'insieme, mentre per il 98 per cento concernono il funzionamento interno: perciò si è costituito un mondo psichico relativamente indipendente, nel quale fermentano bisogni, sogni, desideri, idee, immagini, fantasmi, e questo mondo impregna di sé la nostra visione o concezione del mondo esterno." Le personalità multiple sono allora l'ineluttabile frammentazione di un'identità che cerca di ricostruirsi, di fissarsi in un punto che non è possibile fissare. Per una causa inesplicabile la dissociazione è avvenuta in un punto. All'inizio della settimana in questo caso, anzi prima, e ciò che vediamo è già il dopo di qualcosa che è già avvenuto e porta la liberazione di una forza irrefrenabile.

Ma a prescindere dai sentieri psicologici di Peter Mullan, l'occhio che penetra questo ventre molle di un universo immediatamente simbolico e significante, è dentro, intrappolato in una casa gigantesca della quale si vedono i limiti solo dall'alto, quindi metaforicamente da una posizione superiore che razionalizza e tenta di tenersi a distanza. Lì in basso, poiché si scende e si scava in alcuni cunicoli, il tempo sembra essersi fermato, nel campo in cui si dispiegano tutte le possibili associazioni mentali. Che sembrano le più primordiali, indicibili ed angosciose. Descrivono il livello della paura pura e semplice che si manifesta in vari modi: odio, diffidenza, sospetto verso l'altro. Sono possibili come diceva Morin tutte le associazioni tra sogno e veglia, tra immaginazione e realtà. Ogni visione è avverabile dentro il gigantesco pipistrello. Non a caso la forma a pipistrello del vecchio manicomio ricorda le macchie d'inchiostro del test di Rorschach, "il pipistrello rappresenta anche l'essere definitivamente bloccatosi in una fase della sua evoluzione verso l'alto... rappresenta l'androgino, il drago alato, i demoni, e le sue ali sarebbero quelle degli abitanti dell'inferno" (da Chevalier, Gheerbrant, "Dizionario dei simboli", Bur edizioni). Tuttavia il dubbio eccellente che ci regala questa pellicola è che l'evento tragico sia allargato, vale a dire non legato alla presenza dei cinque operai dentro l'ospedale psichiatrico. La follia è già prima che entrino, e la prospettiva si sposta, i punti di vista si frammentano, mentre la logica del racconto tenderebbe nell'epilogo a riordinare tutti i fattori in gioco e a ricondurre la causa scatenante in una sola persona. Ma tutto ci informa nella scrittura filmica di una superficie più larga e labile del mistero che è sempre attorno e dentro, cupamente si palesa come un mostro tra le pareti pericolanti di un antico palazzo, o fuori, all'esterno in una tensione che avvolge ogni istante, lo circonda come le plastiche che tentano di bloccare le particelle di asbesto, ma nessuna protezione è possibile, le sostanze si diffondono, le respiriamo, penetrano nei polmoni e alla fine possono irrimediabilmente avvelenarci.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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