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Serendipity

1h 30'

Regia: Peter Chelsom



La parola serendipità è anche una voce del vocabolario della lingua italiana. Deriva da una vecchia fiaba persiana intitolata "I tre principi di Serendip". Il termine si riferisce a quelle cose che casualmente troviamo quando non le cerchiamo. In effetti i due romantici protagonisti, Jonathan e Sara, prima ancora di sognare ad occhi aperti e di esprimere fanciulleschi desideri, si trovano l'uno di fronte all'altra casualmente e debbono - su questa flagranza del Caso potremmo fondare tutta la affascinante bellezza del Mistero - constatare la rivoluzione che questo incontro porta nei loro cuori.
Nel luccicante ventre della società umana postindustriale, consumista, in uno dei templi del commercio, l'immenso magazzino Bloomingdale a Manhattan, non poteva che avvenire il caso, poco prima che la mdp, penetrata nel famoso negozio, abbia guardato con cupidigia la merce esposta e naturalmente la folla che nel consueto raptus natalizio "fa quello che si deve fare ogni Natale", accaparrarsi il regalo, mentre una commessa scende da una scala col sorriso soddisfatto e beato solo delle commesse a Natale (sembra una anticipazione della macchietta successiva del commesso di Hermes, che si prodigherà, a suon di dollari, nella ricerca dell'amata scomparsa). Il marchio è entrato ormai negli ingranaggi della narrazione. Gli agognati guanti neri di cachemire possono essere tutto sommato guanti comuni, ma il portafoglio Prada avvia degli snodi narrativi davvero impensabili per il cattivo gusto. Sull'aereo è lo scambio tra il portafoglio griffato originale e quello contraffatto a far balzare la protagonista dalla poltrona, per abbandonare l'aereo qualche minuto prima del decollo.

Un racconto così traviato da simbologie prezzolate, contiene riferimenti molto importanti. Sicuramente l'immagine dell'amore e non a caso l'amico di Jonathan, Dean, si lascia sfuggire nel suo umoristico necrologio, proprio un riferimento a Jung. A proposito è colta benissimo tale prospettiva dallo psicologo James Hillman nel suo bel libro "Il codice dell'anima": "Secondo la psicologia junghiana, la proiezione nasce da una fonte archetipica che fa parte dell'intima essenza di ciascuna anima. Per gli junghiani, la mappa amorosa possiede tratti fortemente individualizzanti, perché a provocare l'innamoramento e la sensazione che si tratti di una chiamata del destino è una complessa immagine che portiamo nel cuore. Quanto più l'immagine è ossessiva e irresistibile, più ci innamoriamo pazzamente, il che intensifica la convinzione che sia il destino a volerlo". E in questa esperienza totalizzante, afferma ancora Hillman, che "ti senti altrettanto sopraffatto dall'importanza del tuo essere e dal destino; in nessun'altra occasione ogni tuo gesto si rivela più chiaramente ispirato da un demone".
Da questo punto di vista è chiaro che tutti i percorsi dei personaggi sono viaggi in un sogno romantico, dentro l'universo ideale di fede nella assoluta predisposizione da parte di "Qualcos'altro" delle vite di ciascun essere umano, laddove le scelte individuali sono solo apparenze ingannevoli, appartenenti anch'esse a un disegno segreto.
Serendipity gioca bene con tutti questi dati, adottando l'opportuna ironia all'interno del nuovo filone cinematografico (forse solo hollywoodiano) tra new fantasy e religiosità laica, new age, perché si possa non prendere sul serio tutta la vicenda. Ad ognuno insomma la propria fede. Liberi nell'immaginazione, ma costretti a vivere il caos dell'esistenza, magari con la speranza, almeno per lo spettatore, di non essere lui stesso l'oggetto del desiderio, di quegli stessi giocattoli commerciali che dallo schermo occhieggiano minacciosamente col sorriso sulle labbra.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna



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