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Senza Destino - Fateless

Sorstalanság - 2h 20'

Regia: Lajos Koltai



Certe volte basta un'inquadratura e un titolo per provocare una emozione: il primo piano del volto, pieno di lentiggini, di un bambino che sorride; e poi il titolo, Senza Destino. Il bimbo è destinato, da vittima inconsapevole di un atroce disegno disumano, al calvario di Auschwitz. Non si finirà mai parlare della Shoah: da quel punto di non ritorno della Storia, di quel cul de sac idelogico che ha generato dolore e morte. Non si finirà mai di rappresentarne l’infinito orrore e, come è giusto, si opporrà alle immagini del Male l’icona evocatrice d’innocenza del volto delle giovani vittime di quella tragedia: All the invisible children sono coloro i quali non hanno mai conosciuto la speranza, né hanno avuto il tempo di coltivarla in un mondo fatto di povertà e guerra che li ha schiacciati. Un bambino che non può sorridere non è un bambino. La calcolata afasia emotiva che ha messo in moto la macchina infernale dell’Olocausto ha spento quella naturale curiosità primaria, quella ricerca di sapori e di umori del vivere che è propria dell’età infantile. Gyuri, il ragazzino ebreo di Budapest, protagonista di Senza Destino (interpretato con straordinaria intensità da Marcell Nagy, già visto nel televisivo I Ragazzi della Via Pal di Zaccaro) somiglia a Schlomo, personaggio di Vai e Vivrai, l’etiope la cui salvezza è quella di fingersi ebreo per continuare a vivere in Israele in una famiglia adottiva. La crudeltà della Storia ha partorito carnefici insensibili alla fragilità emotiva degli adolescenti. E la Storia si è troppe volte ripetuta. Troppe sono ancora le terre ostili dove alberga la pratica del genocidio. Per questo conviene continuare ad identificarsi con lo sguardo di Gyuri.
In Senza Destino tutta la tragedia di un popolo è condensata nell’addio al padre: due qualità di sguardo che si oppongono, quella di Gyuri e dei congiunti e quella glaciale dei nazisti che incarnano l’afasia dei killer di ogni tempo e luogo. E basterebbe recuperare il senso della riflessione di Primo Levi per accorgersi come in quella occasione persino Dio dovette distogliere lo sguardo. La tesa sacralità della musica di Ennio Morricone commenta ed esalta il senso di una pietà necessaria che si fa concreta attraverso la voce di Lisa Gerrard. Si continua a rimanere attoniti di fronte alle immagini di essere umani immobilizzati da ordini perentori in un inverno che non lascia scampo, di corpi scheletrici che sono divenuti l’icona di una umana resistenza più forte del dolore stesso. Una dignità profonda che si palesa in una giornaliera prova di sopportazione a cui Gyuri è sottoposto col suo ginocchio che va in cancrena: forse è proprio il segno di quella pazienza, al di là dei comuni limiti, ad impressionarci. Forse è questa pazienza che provano a raccontarci i migliori film sulla Shoah. Così, la città di Budapest diviene simile alla Varsavia de Il Pianista di Polanski. È lucido lo sguardo di Lajos Koltai, lussuoso direttore della fotografia (ad esempio, quella del Mephisto di Szabo) qui regista dell’odissea di Gyuri, un altro tassello di quel mosaico fatto di immagini ma anche di parole (da quelle di Levi fino al Wladyslaw Szpilman del Il Pianista) che sono ancora in grado di ammonirci in nome di un passato di sangue e di orrori, ma che ci fa pure aprire gli occhi di fronte alla mostruosità di tutte le guerre presenti. E così i bambini e la loro vitalità naturale incarnano la speranza di un mondo che pare irredimibile: il bambino di Polanski che attraversa la strettoia nel muro del ghetto di Varsavia o l’Alex de L’Isola in Via degli Uccelli che, sempre in quel ghetto, vive ispirandosi alla figura di Robinson Crusoe.

La Shoah è uno di quei miti del nostro tempo, così lontano e così vicino come le impressionanti fiabe (più reali della realtà) che hanno forgiato la morale degli uomini. Ma il cinema, lingua di verità, ci dice pure che quella realtà lontana è sempre presente fin quando ci saranno attori disposti a rappresentarla in un set.
Immerso in un microcosmo infernale dove non c’è spazio nemmeno per pregare, il quattordicenne Gyuri attende il tramonto per urlare il suo dolore. L’innocente, disincantato Gyuri viene deportato ad Auschwitz nel 1944 per essere poi liberato a Buchenwald nel 1945. Il suo dolore è quello della Edith di Kapò di Pontecorvo, il suo smarrimento è quello della bambina dal cappottino rosso di Schindler’s List, i suoi sono gli interrogativi di tutti i reduci che non sono riusciti a rintracciare il senso di quell’assurdo progetto di sterminio capace d’incarnare l’essenza stessa del diabolico.
Koltai ha derivato il suo film dal romanzo "Essere senza destino" dello scrittore ungherese Imre Kertész, che ne ha curato anche la sceneggiatura, premio Nobel per la letteratura nel 2002. A Kertèsz è toccato lo stesso destino del suo Gyuri, e quel grado di emotività che il film esibisce è l’elaborazione di quella tragica affinità. Il grande scrittore ha reagito attraverso il suo talento: ha tradotto Freud, Nietzsche, Wittengstein e con "Essere senza destino" (in Italia lo pubblica l'editrice Feltrinelli) ha dato consistenza alla propria esperienza di testimone trovando, non senza difficoltà, un editore disposto a pubblicare i suoi scritti. Dopo il crollo del muro di Berlino, Kertész è stato riconosciuto come una delle più importanti figure letterarie del Novecento, ed egli ha potuto finalmente assaporare la completa libertà di quella sospirata apertura delle frontiere.
"Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza - scrive l’autore di "Essere senza destino". Egli sa che la felicità lo aspetta come "una trappola inevitabile". La sua ansia è la nostra, di lettori e spettatori consapevoli dei nostri privilegi. Sappiamo che l’orrore della Shoah difficilmente potrà ripetersi in questo mondo di globalizzazioni mediatiche. Ma la tv ci riporta quotidianamente alle piccole grandi disumanità delle guerre lontane e visibilissime. La tentazione di rimuovere è sempre presente e non c’è film o libro o reportage che illustri i reali orrori di ieri e di oggi che può dirsi davvero inutili. La memoria del passato e la consapevolezza del presente sono le uniche condizioni per sfuggire alle trappole che potrebbero trasformarci in esseri disumani in via d’estinzione. Meglio rispecchiarci nello sguardo di un bambino come Gyuri, dunque, meglio aprire gli occhi di fronte alle minacce di una Storia che continua a coltivare l’orrore.

© 2006 reVision, Francesco Puma