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Il Seme della Discordia

1h 24'

Regia: Pappi Corsicato



Ad uno come Pappi Corsicato può capitare di ricominciare da Heinrich Von Kleist. Assente dal grande schermo dopo il tonfo, datato 2001, del precedente (e un po’ troppo svagato) Chimera, il regista napoletano ha dispiegato il proprio singolare talentaccio misurandosi con la scrittura scenica sui palcoscenici della prosa e della lirica, suoi primi luoghi d’affezione. Adesso, recuperando come spunto "La Marchesa von O...", la celebre novella tedesca dell’innominabile giovane vedova ingravidata durante un mancamento (già splendidamente tradotta cinematograficamente dalla raffinatissima ironia di Eric Rohmer) ha composto Il Seme della Discordia, divertito pastiche musicale in forma di acre commedia dei caratteri e degli equivoci, scritto insieme a Massimo Gaudioso (collaboratore per le sceneggiature di Matteo Garrone) e presentato con successo in concorso all’ultima Mostra di Venezia.
Al posto della sulfurea (e molto mitteleuropea) ambientazione dell’Italia settentrionale che fu di Kleist e poi dell’onirica versione rohmeriana, qui la storia si consuma nel contemporaneo quartiere del Centro Direzionale di Napoli, elaborazione concettuale dell’architetto giapponese Kenzo Tange progettata negli anni ’90 del secolo scorso. L’ideale, insomma, per contenere i volumi di una realtà astratta che rimanda specularmente all’iconicità speciale di Napoli, usata come trasfigurato baricentro dell'immaginario postmoderno.

L’ostentazione di una voglia di leggerezza, ritenuta necessaria per ogni tentativo di rigenerazione dello sguardo da parte dell’autore di quel film–manifesto che è Libera (suo fulminante esordio), risalta fin dall’incipit truffautiano che cita L’Uomo che Amava le Donne attraverso l’inquadratura di gambe affusolate in prospettiva dal marciapiede fino all’interno di una boutique. E quest’ode priva di remore alla materica bellezza del corpo femminile si concentra ad inquadrare, con una sorta di misticismo straniato, le conturbanti forme della splendida Caterina Murino che interpreta Veronica, proprietaria del negozio, capace d’infiammare sensualmente con una provocante mise attillata, ad esaltare morbidezze e puntute allusioni a dolcezze più aspre ed aggressive, culminanti negli almodovariani suoi tacchi a spillo. Non è da meno la spumosa ma furba Nike, commessa del medesimo esercizio, incarnata con sorprendente equilibrio espressivo da una ben ritrovata e seducente Martina Stella. Dunque, Veronica è sposata a Mario, un rappresentante di fertilizzanti (allusione ad un archetipo di fertilità e, forse, sarcastico ammiccamento ai sogni e bisogni di pulizia della Campania invasa dalla "monnezza") che ha l’aplomb controllato di Alessandro Gassman, sempre più convincente conduttore di leggiadria interpretativa (una dote già svelata nel recente Caos Calmo). Lei scopre di essere incinta nel medesimo giorno nel quale a lui l’androloga (personaggio emblematico interpretato da Monica Guerritore) ratifica la condizione di sterilità: ce n’è abbastanza per far scoppiare la coppia in una crisi del quinto anno culminante nella scena madre che recupera, storpiandolo e di spalle, il "francamente me ne infischio" di Gable alla Leigh in Via col Vento. Mentre il seme del titolo consuma il suo corso, alla gravida Veronica resta il dubbio dell’incerta paternità (dato che è stata vittima di un notturno stupro coincidente con l’inizio del percorso di fertilità), arrivando alla deriva onirica che la rivela come corpo in orgasmo ricoperto da fragili gigli (un sogno che cita l’estetica psichedelica anni ’70 assieme alla più recente sublimazione sessuale di American Beauty). E a Mario non resta che ripiegare sulla veloce consolazione delle sue due amanti incarnate da Rosalia Porcaro e Iaia Forte, quest’ultima ctonia ed ironica traghettatrice (che più femminile non si può) nei "buchi neri" del cinema di Corsicato, sempre uguale a sé stessa anche quando trasfigurata, come sa esserlo un’autentica star. A completare il bassorilievo familiare provvedono i camei di Valeria Fabrizi ed Angelo Infanti, come genitori separati e smarriti della gravida, mentre una morbida Isabella Ferrari è Monica, socia in affari di Veronica per il nuovo concept store che sta per inaugurare, appariscente barista madre di figli concepiti con quattro uomini diversi e dispensatrice di preziosi consigli da dare all’amica.

Che Corsicato giochi con l’iperrealismo pop di Almodóvar e i provocatori calembour citazionisti del primo Fassbinder risulta evidente quanto lo è la fresca espressione del suo particolarissimo stile che coniuga metaforicamente i paradigmi mélo alle coloriture da musical camp di John Waters o del francese Ozon. Quello che conta è che ne Il Seme della Discordia non c’è un’inquadratura superflua né una nota stridente: il mélange, poi, si rivela irresistibile per vitalità e visionarietà. Risulta assi evocativo il ricorso al repertorio delle colonne sonore degli stracult italiani degli anni ’70: la fanno da padrone i temi del compianto Francesco De Masi (scomparso tra l’indifferenza di tutti) che vanno da Quella Sporca Storia nel West di Castellari a T-Koyo e il Suo Pescecane di Folco Quilici. E c’è l’Armando Trovaioli di Operazione San Gennaro, il Bruno Nicolai con il tema di Django Spara per Primo, il Piero Piccioni di C’Era una Volta... di Rosi, l’Angelo Francesco Lavagnino di 5000 Dollari sull’Asso e poi, tra gli altri, il premio Oscar Morricone ben in rilievo coi suoi brani tratti da Le Foto Proibite di una Signora Perbene di Ercoli, Gli Intoccabili di Montaldo e Il Diavolo nel Cervello di Sollima.
E’ il trionfo barocco del citazionismo che si fa metodo e stile, però col gusto mai patinato, nel recuperare una componente vitale (e ancora cinematograficamente penetrante) del kitsch d’autore. Ogni ipotesi neo–surrealista, sembra suggerirci Corsicato, non può che passare, oggi come oggi, dalla consapevolezza analitica di una satira feroce al medium televisivo blobizzato con la sua estetica velinara e soapizzante. Il ritmo ora ieratico ed ora sincopato di questo beffardo scherzo sulle imperscrutabili traiettorie dell’eros rinvia così al "falso movimento" che fu il fulcro dell’approccio teatrale di Mario Martone alla messa in scena del corpo liberato dalla tecnologia piegata alle ragioni della creatività. Qui, ovviamente, tutto appare stemperato con intelligente gusto per la dissimulazione, non risparmiando però né il sarcasmo né il cinismo necessari. Tra le sequenze più emblematiche di questo scintillante teorema sull’euforia femminile, c’è quella della gita domenicale consumata tra forature accidentali di pneumatici e sveltine improvvise che impastano semi, concime e spermatozoi. Così Corsicato prova a materializzare le brillanti eruzioni di un desiderio che da sessuale diviene anche morale, in una girandola di sensi e di senso che può ricondurre, se lo spettatore lo vuole, all’assunto originario di Von Kleist, la messa in scena di un’ossessione amorosa che apre la fuga piena di prospettive del sogno, liberandoci dall’incubo della quotidianità e della società privata di ogni fantasia.

© 2008 reVision, Francesco Puma