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Segreti di Famiglia

Tetro - 2h 07'

Regia: Francis Ford Coppola



Per chi scrive Francis Ford Coppola è un irrinunciabile punto di riferimento e non solamente uno dei tanti maestri della New Hollywood leggendaria sopravvissuti alla furia dei tempi. E, in verità, che il suo cinema sia ancora, oltre che l’espressione di un originale stile individuale, un vero e proprio paradigma stilistico è un fatto acclarato e, crediamo, ampiamente condivisibile. Coppola è, a tutti gli effetti, il cinema indipendente che si fa carne e luce sullo schermo. E’ l’espressione compiuta ed entusiasmante di un cinema vitale che si nutre di altro cinema solo per generare ibridazioni coinvolgenti e sconvolgenti, film epocali che sono riusciti ad incidere il corpo stesso della cultura americana, i suoi riti e miti, il suo immaginario. Per Coppola è importante che il cinema non smetta di narrare attraverso le immagini: in questo senso, ogni pretesto letterario o cinematografico è buono, ogni genere (mélo, dramma, commedia, musical) si presta all’esperimento rivelatorio. L’obiettivo è quello di dare forma al lato oscuro della nostra contemporaneità, alle svariate espressioni dei disagi e delle perdizioni provocate dalla cattiva coscienza individuale e collettiva. Il cuore di tenebra è l’ombra che sovrasta e annichilisce conflitti familiari e generazionali, che provoca traumi interiori, perdizioni sociali, smarrimenti etici: per Coppola raccontare tutto questo è il dovere/piacere che deve imporsi ogni cineasta, è la sua vera missione. Una missione che il grande, buon Francis Ford conduce con piglio energico, da autentico ed entusiasta sperimentatore. Lo dimostra questo suo ultimo Segreti di Famiglia (in originale: Tetro), altro prezioso recupero di temi e motivi della poetica coppoliana, occasione per un ritorno a Cannes, dove il film è stato presentato nell’ambito della "Quinzaine des Rèalisateurs". Ancora un gioco metacinematografico sul tempo lungo della memoria, la riprova (dopo il clamoroso ritorno sul set con Un’Altra Giovinezza tiepidamente accolto dalla critica più pigra) che il nostro grande autore sa come far lievitare l’acquisita sapienza, regalo della terza età, lasciandosi alle spalle le amarezze degli insuccessi al botteghino, i dolori familiari, la fatica delle lavorazioni travagliate (basti per tutti l’esempio di Apocalypse Now) per proporre al pubblico che ancora lo ama e lo segue la folgorante leggiadria della sua ispirazione. L’"altra giovinezza" è, per Coppola, quella del cinema–cinema: è la forza visionaria delle immagini, capaci di evocare universi paralleli al nostro, l’altro reale che i sensi tendono a percepire e che vogliono vedere rappresentato. E’ una dimensione, questa, che nella prospettiva estetica di Coppola acquista un particolare spessore, una lucentezza speciale. Non a caso, è la luce di una lampadina che vediamo riflettersi nell’incipit di Segreti di Famiglia, il sintomo di una percezione che ci proietta nel rilucente universo in bianco e nero (la miracolosa fotografia è di Mihai Malamaire, Jr.), di questo teatro di luci e di ombre che è la realtà trasfigurata, mentre i ricordi si manifestano attraverso colori fiammeggianti come quelli dei mélo di Powell e Pressburger. L’atto d’amore dichiarato nei confronti della grande coppia di registi inglesi si traduce, ad un certo punto del film, nella citazione della lussuosa ultima parte del balletto di Coppelia tratta da quel capolavoro assoluto che rimane I Racconti di Hoffmann (1951), preziosi frammenti di un’iconografia "classica" capace ancora di commuoverci con tutto il suo intatto splendore.

L’aria che si respira è ancora una volta quella della tragedia familiare in questa vicenda ambientata nel quartiere bohemien di La Boca al centro di Buenos Aires, meta originaria degli immigrati italiani animata da pittori, cantanti e musicisti. E’ qui che giunge il diciassettenne Bennie (Alden Ehrenreich), marinaio alla ricerca del fratello maggiore, lo scrittore che si fa chiamare Tetro (una figura introversa e tormentata a cui presta un’adeguata fisicità l’ottimo Vincent Gallo), da dieci anni lontano dalla famiglia. La colpa dell’esilio volontario va ascritta all’autoritario padre Carlo Tetrocini (Klaus Maria Brandauer), famoso quanto dispotico direttore d’orchestra. Si scopre così che quella dei Tetrocini è una delle tante famiglie d’italiani che dall’Argentina si spostarono a New York, con i figli a rimorchio dei padri. Il trascorrere del tempo non ha fatto altro che segnare il trauma del distacco: non è stata mantenuta la promessa di una fuga comune fatta da Tetro al fratello di sette anni, una volta andatosene via da casa. Così la figura di Tetro è divenuta mitica per Bennie, legata al ricordo di quando lui lo portava, secondo il suo racconto, a cinema a vedere "strane" pellicole come Scarpette Rosse (ancora Powell e Pressburger). Dopo aver passato la prima notte a Buenos Aires, al ragazzo capita di veder materializzata la figura del fratello amato che si presenta con le stampelle, vittima di un incidente provocato da un autobus dai fari abbaglianti che l’ha travolto lungo l’autostrada. Più che il dialogo tra di loro, a rivelare che l’investimento non è stato casuale provvede il colloquio tra Bennie e la sua fidanzata Miranda (Maribel Verdú). Tetro adesso fa il datore luci per una compagnia teatrale d’avanguardia. La segreta rotta del suo peregrinare, assieme alle motivazioni più profonde della sua inquietudine, risiedono negli scritti che il giovane fratello, contravvenendo al divieto di Miranda, comincia a decifrare assieme al contenuto di alcune audiocassette con dentro incisa la voce di Tetro. Quando anche Bennie rimane vittima di un incidente che lo costringe in ospedale, il conflitto fraterno si acuisce a causa del manoscritto incompiuto di una delle commedie di Tetro che Bennie vorrebbe completare dopo esserne venuto in possesso tramite la stessa Miranda. Consumato il furioso litigio, la pièce trova il suo finale e i favori di un critico teatrale di successo, Alone (Carmen Maura), che la candida a finalista di un importante premio letterario la cui premiazione avverrà nella villa della donna situata in Patagonia. I fratelli divenuti co-autori si recano all’evento ma, durante il viaggio, Tetro si dilegua misteriosamente per ricomparire in occasione della cerimonia, giusto in tempo per apprendere, assieme al fratello, della morte del padre i cui funerali di stato si svolgeranno a Buenos Aires. L’occasione di una nuova fuga, questa volta di Bennie, genererà una spirale dolorosa che porterà a galla i ricordi, anche attraverso un’autentica messa in scena dello spettacolo teatrale rivelatore, occasione per Coppola di reificare la trasparente materia di Scarpette Rosse. Il rosso è infatti il privilegiato colore di questo teorema metacinematografico venato di spudorato, corroborante e (perché no?) provocatorio neo–romanticismo.

Sanguigno e baroccheggiante, Segreti di Famiglia ambisce a colpire i sensi e i sentimenti dello spettatore: il suo bianco e nero utilizzato in funzione narrativa (capace di dare rilievo alle ombrosità e alle illuminazioni dei volti dei protagonisti), fa venire in mente quello di Elia Kazan in Fronte del Porto, così come l’uso espressivo del colore lavorato digitalmente rimanda alla progettualità di Scorsese o del maestro di tutti Antonioni (certe sequenze notturne, poi, elaborano assai bene gli struggimenti acidi del primo Bogdanovich e le taglienti evocazioni "sporche" del migliore Corman). Ma qualunque citazione o parallelismo è qui talmente concreto da apparire frutto di un unico sistema formale, quello appunto di Coppola, cineasta a tutto tondo capace di rigenerarsi creativamente ad ogni nuovo film, capace ancora di dichiarare orgogliosamente il proprio status di autore indipendente che vuole utilizzare la leggerezza del digitale per continuare a fare cinema cristallino attingendo ai propri ricordi personali e professionali. In tal senso lo staff tecnico di fedelissimi collaboratori è qui lo stesso del precedente Un’Altra Giovinezza. E’ il caso del compositore argentino Osvaldo Golijov, che con incantevole abilità crea un’impalpabile osmosi tra momenti sinfonici e operistici, mescolati alle suggestioni della milonga, nell’avvertita orchestrazione della colonna sonora. La sceneggiatura è invece scritta di proprio pugno come non accadeva a Coppola dai tempi del memorabile La Conversazione. E sono presenti luoghi e oggetti ricorrenti nei suoi film come il registratore a nastro che rimanda a quello a bobina del già citato film con Gene Hackman, mentre il racconto delle complesse dinamiche familiari pur lontane dalla saga de Il Padrino, fanno pensare a quell’altro capolavoro dei primi anni ’80, Rusty il Selvaggio, un folgorante inno alla solidarietà tra fratelli. C’è poi da rilevare lo straordinario cast di attori con Brandauer che interpreta due ruoli e l’efficacissima, intensa Francesca De Sapio che si ricorda accanto a Robert De Niro ne Il Padrino - Parte II nel ruolo della giovane mamma Corleone. I "legami" che intrigano Coppola sono dunque quelli del cinema ma non solo: c’è in questo piccolo grande film - che racconta come in un thriller rivolgimenti e tormenti familiari, lacerazioni e riconciliazioni interiori - tutto il senso e il sentimento di una poetica magistrale, la visione di un mondo che si fa visione "del" mondo intrisa di una profonda ed epifanica spiritualità. Solo chi ha vissuto sentimenti e passioni, chi si è spinto a sfidare sé stesso nel gioco di relazioni infinite che segnano i piaceri e i giorni di ogni esistenza individuale, può raccontarci della saggezza del sangue (per citare un titolo di un altro grande vecchio, John Huston) con lo stesso furore e tremore di un sapiente oracolo proveniente da altri (e irraggiungibili) tempi.

© 2009 reVision, Francesco Puma