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L'Ultimo Re di Scozia

The Last King of Scotland - 2h 03'

Regia: Kevin Macdonald



Grazie alla meritoria diffusione della sua cinematografia e di certi suoi prestigiosi autori scoperti in festival e in rassegne filologicamente accurate, l’Africa non è più, per noi spettatori occidentali, un continente sconosciuto, uno scenario esotico da visitare con documentaristica morbosità o una meta vagamente esoterica buona per fughe erotico-letterarie alla Karen Blixen secondo Sydney Pollack. Anche se recenti blockbuster ad alta componente spettacolare l’hanno ridotta a nuova/vecchia frontiera, agitata da guerre civili di sudamericana memoria, dove possono dispiegarsi le passioni e gli intrighi dei novelli antieroi del neowestern (è il caso di Blood Diamone, robusto quanto convenzionale prodotto di genere ambientato nella Sierra Leone del traffico di diamanti durante gli anni novanta), l’Africa e la sua tormentata storia costituiscono ancora una materia tutta da sviscerare, anche narrativamente parlando, a patto che ci si accosti ad essa con quel necessario scrupolo che è la dote dei cineasti autentici. Di questo tono è l’impresa del regista scozzese Kevin Macdonald, nipote d’arte (dell’emerito Emeric Pressburger, maestro di classici in coppia con Michael Powell), documentarista premiato da un Oscar nel 2000 (per One Day in September seguito a Touching the Void - La Morte Sospesa), che, per l’occasione, ha tratto lo spunto da un interessante libro di Giles Foden trasformato in sceneggiatura dall’abile Peter Morgan (ormai celebre per lo script di The Queen) insieme a Jeremy Brock. Il risultato è un thriller a sfondo socio-politico in puro stile Graham Greene, affascinante e coinvolgente quanto basta.

L’Ultimo Re di Scozia (vincitore del premio del pubblico all’ultima, rilevante edizione del Courmayer Noir in Fest) è imperniato su una drammatica vicenda immersa nello straziato Uganda degli anni ’70, in quel paese che nel 1965 aveva ottenuto la sospirata indipendenza dalla Gran Bretagna. Ma al potere era salito, nel 1971, il famigerato Idi Amin Dada, ex-campione di boxe e fuciliere del re in gioventù, comandante deputato delle Forze Armate divenuto presto uno dei più sanguinari dittatori della Storia recente, tristemente celebre per le sue degenerate estrosità ed il suo efferato sadismo alla Hannibal Lecter (si dice, infatti, che fosse antropofago), seviziatore di cadaveri e macellaio di oppositori politici (con trecentomila vittime sulla coscienza), capace di far espellere dal proprio territorio l’intera comunità asiatica a lui avversa e di sostenere l’impresa dei terroristi palestinesi durante lo sciagurato episodio del dirottamento di Entebbe: tutto questo fino al 1979, anno della sua caduta a cui seguì un esilio in Arabia Saudita, luogo nel quale si spense senza rimpianto di alcuno nel 2003.

Ne L’Ultimo Re di Scozia è il grande Forest Whitaker, vincitore dell’Oscar come migliore attore protagonista, ad impersonare con carismatica ambiguità l’ingombrante tiranno, talmente egocentrico da riuscire ad attirare nelle proprie spire il vero protagonista della vicenda, Nicholas Garrigan, personaggio inventato dal romanziere Foden, a cui presta il proprio pacato aplomb (che lo fa assomigliare al nostro più molle Silvio Muccino), il bravo James McAvoy. Questi è un giovane medico scozzese neolaureato e disposto all’avventura finito, proprio nel ’71, in un ospedale missionario dell’Uganda e qui sfortunato corteggiatore della collega Sarah Merrit (Gillian Anderson) che, per lui, non è disposta a tradire il marito. Affascinato dai roventi sommovimenti festosi di quel popolo fresco d’indipendenza ma ben poco consapevole di essere finito dalla padella coloniale (attraverso il governo di Milton Obote) nella brace tirannica, il nostro s’imbatte in Amin al quale un incidente con la propria Maserati ha provocato la slogatura di una mano. Il fatto che Nicholas si mostri quietamente deciso nell’abbattere la mucca colpevole dello scontro stradale, provoca nell’altro una certa ammirazione, sentimento che si solidifica non appena egli apprende l’appartenenza del giovane occidentale al popolo di Scozia, paese votato all’indipendenza e di cui il dittatore ha voluto proclamarsi "ultimo re" in un sussulto di assurda megalomania antibritannica. Ben presto comprendiamo che il film ci racconterà della progressiva presa di coscienza del protagonista, inizialmente ammaliato dalla suggestione ipnotica che ammanta il coatto entusiasmo degli ugandesi, come dagli sfarzosi e lussuriosi party consumati nella reggia del truce presidente, sostenitore di Nixon e quindi tollerato dal governo USA, ma anche godurioso al punto di farsi proiettare in privato una copia di Gola Profonda, a quel tempo baluardo di morbosa ed ideologica trasgressione. Sarà l’innamoramento con una delle tre mogli di Amin, la bella Kerry Washington (già notata nel ruolo della consorte di Ray Charles in Ray), a condurre Nicholas ad un giro di vite che gli farà comprendere di essere entrato non già in una corte illuminata ma in una specie di girone infernale fatto d’intrighi di palazzo e di misteriose sparizioni di ministri e consiglieri sgraditi al capo, fino a renderlo testimone di uno dei crudeli sezionamenti delle vittime di regime in una delle sequenze più impressionanti del film.

Esponendo la classica tematica narrativa della seduzione del male unitamente a quella del conflitto tra sensi e coscienza, il regista Macdonald, qui al suo primo lungometraggio di finzione, c’illumina su uno dei periodi più emblematicamente atroci della storia di quel "terzo mondo" tenuto a bada dai perversi interessi economico-politici degli imperi occidentali della globalizzazione (non dimentichiamo che la via per una reale emancipazione democratica è in certi paesi dell’Africa ancora tutta da percorrere). Lo fa esibendo una sobrietà descrittiva (mai pittoricistica e sempre avvinta alla concretezza del paesaggio) e una compostezza narrativa davvero ammirevoli oltre che un impegno analitico degno delle migliori prove di Costa-Gavras. Una promessa, quella di Macdonald, che ci auguriamo sappia mantenere in un futuro d’autore, magari alla scoperta di altri orrori della Storia che fu, che è e che sarà.

© 2007 reVision, Francesco Puma