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Scoop

1h 36'

Regia: Woody Allen



Con Match Point avevamo visto un Allen più libero dalle angosce senili. Libero di guardare in faccia le nuove generazioni, e filmare a bruciapelo storie più lontane da sé. E invece in Scoop torna pure il corpo di Allen regista attore di fronte al più oscuro nichilismo. Qui più che mai marionetta, i cui fili ironicamente sono mossi dai capricci di una Morte con falce, poco trasfigurata, più che mai visibile come spauracchio e pronta a ghermire. Per questo si respira l'esorcizzazione di una morte, con lo scoop ancora possibile del giornalista che torna sulla terra come ectoplasma. E poi la morte per incidente d'auto, già preannunciata, in fuori campo, solo udita, intuita, non rappresentabile come evento che accade al protagonista (Allen, e non casualmente anche la successiva morte, solo falsa messa in scena, ennesimo trucco, della Johansson).
Scoop è una delle opere più cupe di Allen, perché la malinconia affiora in ogni dialogo. Per esempio: l'emozione per il mago è un dopo pasto senza acidità di stomaco... Il prestigiatore è il saltimbanco che continua a fare il saltimbanco, da adulto, alla corte dei potenti. Che questa corte di potenti sia il cuore dell'ultima filmografia alleniana si fa presto a dirlo. Perché tutte le figure e i personaggi alieni da quel mondo, non appartenenti, sono in fondo delle brave persone innocenti o dei patetici giocolieri infantili. L'arrivismo di Scarlett Johansson (musa rientrata nei ranghi dei sentieri alleniani) non è mai rappresentato con disprezzo, semmai come un gioco appassionante, assolutamente morale che ha l'obiettivo di far saltare qualche coperchio a pentole colme sempre di turpi affari.
Ma cosa rimane negli occhi di quello che sembra un'ulteriore espansione marginale della commedia alleniana? Quasi nulla. Se non il protendersi dei personaggi verso un'altra direzione di fuga, frustrata dalla concretezza del quotidiano. Si può, insomma, incontrare un fantasma, parlargli, navigare insieme alla Morte con altri deceduti, ma ciò non basta a trovare un luogo straordinario, nel senso specifico del termine "fuori dall'ordinario", non si approda ad alcun territorio di pace e serenità effettiva, come se l'anima assetata di Allen si arrendesse alla totale "fregatura" della vita, ormai triste commedia della ripetizione. Tanto che nell'epilogo, appena giunto sulla barca che lo trasporta nell'aldilà, Allen può (e deve) semplicemente continuare i suoi giochini di prestigiatore. "Anything Else" appunto...

© 2006 reVision, Andrea Caramanna