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Noi Due SconosciutiThings We Lost in the Fire - 1h 57'
Regia: Susanne Bier Fluorescenti sono i riflessi della piscina che, nell’incipit di questo Noi Due
Sconosciuti, ammaliano la piccola Dory (Micah Berry), che arriva a domandare al padre Brian (David Duchovny) la ragione
per la quale l’acqua sembra colorarsi di verde.Fluorescente è il cinema di Susanne Bier, regista scandinava capace d’incantare anche lo spettatore più resistente coi suoi mélo raggelati ed intensi, vivisezionando le identità di personaggi chiaroscurati fino all’ambiguità, utilizzando le coloriture sporche e le geometrie aberrate ascrivibili alle flagranti regole del Dogma di Lars von Trier da cui l’autrice continua a trarre ispirazione. Efficaci prove d’adesione a quella poetica sono stati Open Hearts (col suo utilizzo assai espressivo della luce naturale) e i successivi Non Desiderare la Donna d’Altri e Dopo il Matrimonio (dove la "dogmatica" regola dello "stare addosso" agli attori si stemperava con morbidezza tutta emotiva). Ora la Bier si mostra abbastanza matura da non ostentare la propria vocazione analitica, però continuando a sondare e a scarnificare gli stilemi narrativi, approdando a Hollywood con la produzione di Sam Mendes e la distribuzione della Dreamworks di Spielberg (da noi importata sotto l’egida della Teodora Film di Razzini e Petrillo, sigla garante di un impegno a diffondere il meglio dell’attuale produzione dei Paesi Bassi). L’italico titolo, che traduce quello originale di Things We Lost in the Fire (alludente a tutto ciò che nella vita perdiamo quando qualcuno che abbiamo avuto accanto ci lascia per sempre), echeggia un encomiabile classico di Richard Quine con Kirk Douglas e Kim Novak. E’ un invito a superare la paura di vivere quello della liquida fluorescenza iniziale
di Noi Due Sconosciuti, viatico di un flashback che ci catapulta immediatamente nella dimensione dolorosa di una borghesissima
famiglia di Seattle che vive nel lusso della sua splendida villa appartata: sono i Burke, anzi lo erano visto che la protagonista
Aubrey (alla quale Halle Berry restituisce le screziature di una fragilità che sa però resistere ad un dolore incommensurabile)
si trova ad elaborare la morte del marito Brian ucciso dal consorte di una donna che egli aveva tentato di soccorrere dopo che
questa era rimasta vittima della folle gelosia dell’uomo. Accanto a lei sono rimasti i figli, la decenne Dory e il più piccolo
Harper di sei anni (Alexis Llewellyn), che adesso si apprestano a celebrare il mesto rito del funerale fatale. Su di loro incombe
l’ingombrante figura di Jerry Sunborne (un travolgente Benicio Del Toro), ex avvocato ed eroinomane incallito, amico d’infanzia
del defunto, che decide di dare una svolta alla propria deriva il giorno della funebre cerimonia: entrerà in una clinica per
disintossicarsi, cercherà di offrire un senso nuovo ai suoi giorni, s’impegnerà a sviluppare una rinnovata empatia col mondo.
Così Aubrey, che non lo ho mai digerito, va a trovarlo durante la terapia proponendogli un curioso ménage consolatorio, l’ospitalità
coatta nel garage della sua grande villa. Naturalmente è questione di transfert più che di feeling: sfruttando la volontà di
guarigione di Jerry, la donna lega a sé colui che conosce bene la personalità del marito, reificandone feticisticamente la
presenza.
La Bier tratteggia con mano felice, e con pudica leggerezza, il suo intrigo minimalista,
il farsi e disfarsi di sentimenti contrastanti, come quelli che legano Aubrey e Jerry, la cui storia d’amore affiorerà senza
mai realizzarsi. Il trauma di una famiglia devastata dal gioco del destino è solamente un punto di partenza dal quale si dipanano
una serie di microstorie di sommovimenti etico–esistenziali che riguardano alcuni personaggi minori: il vicino di casa, Howard
Glassman (l’ottimo John Carroll Lynch), subisce anche lui la perdita del fraterno amico cogliendo l’occasione per una metamorfosi
individuale di fronte al grande mistero della vita e della morte. Poi c’è Neal (Omar Benson Miller), fratello di Aubrey, che
s’impegna ad accompagnare Jerry al capezzale di Brian fino ad accudirlo, nell’ultima parte del film, nel suo tentativo di liberarsi
dalla fatale dipendenza. E c’è Kelly (la brava e sensibile Alison Lohman) che incontra Jerry durante le terapeutiche sedute dei
Tossicodipendenti Anonimi incrociandone la sensibilità ed usandola per la propria cercata guarigione. Questo confronto aspro
con l’intollerabile debolezza del vivere è narrato senza reticenze moralistiche e con piglio sicuro dalla Bier, magistrale
quando si sofferma a ritrarre i comportamenti dei figli della protagonista, le loro ansie e fobie (come quella, assai emblematica,
dell’acqua) cogliendone la naturalezza con commovente e femminile partecipazione; o quando rileva il progressivo recupero
psicologico e fisiologico di Jerry, anche lui capace di specchiarsi nello sguardo infantile, arrivando a ritrovare una possibilità
d’innocenza attraverso un gesto affettuoso nei confronti della piccola Dory (le bagna la testa nella piscina, cosa che il padre
non era mai riuscito a fare) scatenando così la gelosia di Aubrey.Sorretto da una vivida ed equilibrata sceneggiatura di Allan Loeb, montato con sensibile perizia dalla fedele Pernille Bech Christensen (in coppia con l’americano Bruce Cannon), musicato dal compositore di fiducia Johan Söderqvist (con un toccante tema che si deve al due volte premio Oscar Gustavo Santaolalla), fotografato con ispirata volontà di trasparenza e rarefazione da Tom Stern (quello di Million Dollar Baby e del dittico su Iwo Jima di Clint Eastwood), Noi Due Sconosciuti impone lo stile di un’autrice appassionata ed acuta capace di enucleare il lato più segreto di pulsioni ed aspirazioni umane utilizzando la macchina da presa a spalla come strumento per sondare le misteriose traiettorie degli incontri tra individui, la quotidiana lotta contro l’afasia dei sentimenti che sfalda le identità e i legami di sangue, soprattutto quando è in ballo il lato avverso. Quelli della Bier sono apologhi sulla resistenza delle tante anime ferite che tentano di ritrovare un buon motivo per continuare a vivere e ad amare, nel labirinto sempre più intricato di un reale dove tutti cerchiamo il riflesso fluorescente della speranza e della pietas. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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