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La Sconosciuta1h 54'
Regia: Giuseppe Tornatore L’Italia della cronaca nera, quella su cui si esercitò, negli anni Cinquanta, la penna del grande Dino Buzzati, ha sempre
fornito ambienti e trame preziose alla nostra letteratura. Si pensi al "Pasticciaccio" di Gadda, ma pure, più recentemente, al noir di Scerbanenco o ai social thriller
di Fruttero e Lucentini, per arrivare a Lucarelli e ai suoi odierni epigoni. Altrettanto potrebbe dirsi del made in Italy cinematografico coi suoi poliziotteschi, gialli,
spaghetti western, la gloriosa serie B degli antesignani del pulp tarantiniano attualmente soppiantati dalla corrente (e concorrente) melassa fornita da sceneggiatori e
registi della fiction televisiva. Gli autori con la "a" maiuscola, invece, non hanno mai nascosto la loro aristocratica diffidenza nei confronti della scrittura di genere,
che affonda le proprie radici nei mali assai concreti della realtà contemporanea, preferendo altri realismi e altre metafisiche. Che la tendenza stia, fortunatamente,
cambiando lo dimostra pure quest’ultimo film di Giuseppe Tornatore che, abbandonando momentaneamente le ambizioni di cantore dell’epica moderna, ci ha regalato un film solido
e di mestiere che, per una volta, è riuscito a farci commuovere senza vergogna. Traendo spunto dall’amarissima cronaca di cui è intessuto il degradato quotidiano delle
nuove, italiche, omologate periferie, dove la perdizione sembra essere ancora l’unico destino possibile per i rappresentanti dell’attuale marginalità (immigrati ma non solo),
La Sconosciuta si propone come un originale mystery dalle sfumature melodrammatiche.
Lo scenario è una non identificata città del Nord (Tornatore ha girato a Trieste), con architetture e volumi assai affascinanti e coinvolgenti, ideale teatro per lacerazioni interiori, conati esistenziali e malinconici ritorni al passato. La vicenda ruota intorno al personaggio dell’immigrata ucraina Irena, che ha l’intenso aplomb di Ksenia Rappoport, giovane attrice russa molto popolare in patria e qui al suo esordio in Italia. Finita nel sordido giro della prostituzione senza regole, seviziata da opulenti degenerati, costretta a mettere al mondo creature da vendere ai migliori offerenti, questa Lulù dei tempi nostri sembra essersi liberata dei suoi undici anni di schiavitù dolorosa accoltellando lo spregevole boss dell’organizzazione che la sfruttava, Muffa (interpretato da un inedito Michele Placido affetto da alopecia), e rifugiandosi in un altra città per ricominciare a vivere. L’identità della ragazza viene ricostruita come in un puzzle emotivo di cui, poco per volta, riusciamo a distinguere i colori. Sappiamo del suo irrefrenabile bisogno di amore e di solidarietà, del suo desiderio di emancipazione e di riscatto, e tutto questo impariamo a condividerlo con lei. Irena riesce a trovare lavoro come donna di pulizia, ma vorrebbe fare la domestica in casa di una famiglia di orafi, gli Adacher (coppia formata da Claudia Gerini e Pierfrancesco Favino), che ha adottato una deliziosa e malinconica bambina di nome Tea (la brava e dolcissima Clara Dossena), vittima delle atmosfere familiari non proprio idilliache e dei soprusi, venati di razzismo, dei compagni di classe. Il rapporto tra l’invisible child e Irena risulta decisivo per lo svolgimento della storia: un processo d’identificazione smuove la memoria e le nuove pulsioni della ragazza, decisa ad impartire alla piccola una lezione di vita. L’unico modo per entrare a far parte della famiglia Adacher sembra passare attraverso
l’eliminazione della domestica in carica da anni, Gina (una Piera Degli Esposti arrochita ed inquietante come la Laura Betti che fu), vittima per questo di una rovinosa caduta
sugli scalini del palazzo lucidati ad arte e costretta su una sedia a rotelle, una volta rinchiusa dentro una casa di cura.
Ad alimentare questa sofferta discesa agli inferi, intrisa di uno psicologismo molto noir, concorrono le ambigue (e qualche volta felicemente grottesche) presenze dei personaggi di contorno: il portinaio sfruttatore di Alessandro
Haber, la rassicurante avvocatessa di Margherita Buy, la spaventosa ostetrica di Angela Molina. Mancano gli assassini di nome e di fatto, manca il whodunit ma il maligno aleggia
tra inquadrature di labirintici androni e prospettive oniriche d’interni ed esterni, con l’allucinante ritratto del repellente Muffa più spietato di un serial-killer, e il ricorso
ad una partitura da suspense che cita con misura ora il Polanski dell’Inquilino di Topor, ora le regole mai tramontate di Hitchcock e degli hitchcockiani doc.Del notturno, avvincente, affresco noir fanno parte le musiche (anche in questa occasione, purtroppo, eccessivamente usate) di Ennio Morricone, davvero ispirate e struggenti. E il film convince fino a farci dire che questo è il miglior Tornatore dopo il folgorante esordio passato attraverso il minimalismo gonfiato fino allo spasimo di Stanno Tutti Bene, l’epica infarcita di cinefilia de La Leggenda del Pianista sull’Oceano e il tentativo di giallo metafisico di Una Pura Formalità. Il regista di Bagheria si mostra in questa occasione attento e sensibile nel descrivere gli intimi passaggi della sua storia di oppressioni esplosive incastonando, persino con una certa grazia, il percorso emotivo dei protagonisti nel contesto fatiscente della periferia malvagia che descrive, la città dei sogni trasformati in incubi, l’aberrante frontiera di un mondo sospeso di fronte all’abisso del Male. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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