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A Proposito di SchmidtAbout Schmidt - 2h 04'
Regia: Alexander Payne Non c'è Michelle Pfeiffer per Jack Nicholson (come gli capitò in uno dei suoi film peggiori), ma una ultrasessantenne come lui.
E se da noi coppie del genere sono normali, in un film medio statunitense suonano come eresie. Ma Payne questo cinema medio non lo ama affatto, e le sue nostalgie
cinefile sono sin troppo evidenti: il suo Nicholson pensionato errante è padre naturale del Nicholson pianista arrabbiato di Cinque Pezzi Facili di Rafelson (tra
i grandi dimenticati degli anni '70) e pronipote del Sjöström inquieto professore de Il Posto delle Fragole.Il contenuto è il viaggio: improvvisamente vedovo, Schmidt fugge da casa sul suo camper mastodontico e percorre gli Stati Uniti per riabbracciare la figlia e impedirle di sposare un losco buzzurro che lui ha sempre odiato. La forma è un poema autunnale sul male di vivere e sulla vacuità di ogni ambizione. Ma il malessere e l'inadeguatezza che Payne tenta di esprimere, per quanto redatte con scrittura pulita e controllata, restano comunque una ricetta da sceneggiatore, dove l'effetto è dato esclusivamente dai dialoghi e mai dalle immagini, e dove l'invenzione registica è pressoché inesistente. Il risultato è un sarcasmo morbido da cinema d'essai, adatto per pubblici disposti ad assaggiare un po' di amarezza, senza però doversela trascinare fino a casa (l'esatto contrario di un film adulto come Tre Giorni per la Verità di Sean Penn, nel quale la disperazione era invece una strada senza luci e senza uscita). L'unico guizzo che evade dalla norma è quello zoom sull'aspirapolvere acceso, lasciato cadere dalla moglie morta: buco nero che prosegue ostinato a divorare il nulla che lo circonda (ma anche questo è una rimasticatura: il carrello sull'orecchio di Velluto Blu nella scena della morte del padre). Tutto il resto è accademia. E comunque, dopo la moto-falciatrice di Alvin Straight, qualsiasi road-movie ci sembrerà poco "dritto" e poco "vero". Per il solito grande Nicholson, Payne rielabora la classica scontrosità tragicomica del "padre della sposa", già ben cucita su De Niro nella sua sceneggiatura di Ti Presento i Miei (commedia - lo ripetiamo - che con un regista meno inetto sarebbe stata qualcosa di notevole). Non a caso, i momenti migliori arrivano quando il protagonista riesce a ricavarsi un angolo di silenzio dalle verbosità del copione, a restare solo con se stesso e la scenografia che lo circonda. Perfetta la sua immobilità apatica quando, seduto alla scrivania nell'ultimo giorno di lavoro, fissa il ticchettio dei secondi che lo separano dalla pensione; esilarante il suo combattimento con un materasso ad acqua; stupendi i suoi guizzi di lucida follia (inconsce ribellioni ai divieti della moglie defunta), quando decide di orinare per tutto il bagno, di dormire sul tetto del camper, di saltare addosso a una donna appena conosciuta... Se non sapessimo fino a che punto certi premi siano ridicolmente proni ai diktat delle grandi case di produzione, chissà quanto potremmo divertirci su questo Golden
Globe regalato alla sceneggiatura di Payne. C'è però da capirli. I critici (sono critici?) che assegnano certi premi sono individui che vivono e moriranno in un cinema
avviluppato da tele di ragno e compagnie dell'anello, dove Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco passa per "film indipendente" (essendo prodotto
dall'indipendente Tom Hanks, il divo più potente del pianeta), dove Lasse Hallström passa per cineasta intellettuale, e dove l'unica perla che arriva dall'Europa è il
Pinocchio di Benigni. D'un tratto gli capita davanti questo About Schmidt e possiamo immaginare la loro reazione: "Dunque... affollato
di vecchi... strapieno di dialoghi interminabili... quasi privo di azione... la voce narrante ripete all'infinito gli stessi tre concetti... e nemmeno una canzoncina
alla moda... Chiaro! Dev'essere un film d'autore, un po' come quelli europei. Merita senz'altro un premio." Agli amici dei Golden Globe possiamo ricordare, come insuperabile
elogio di una vecchiaia intrisa di umorismo e mestizia, l'opera di un grandissimo che ci ha lasciato da poco e che si chiamava João César Monteiro. Mai sentito nominare? Ora, che certe sopravvalutazioni nascano negli USA può andare. Ma che poi i critici nostrani si leggano su internet le recensioni d'oltreoceano e insistano sullo stesso tono, sembra veramente troppo. Per Kataweb, Payne è "un umorista sfaccettato e sarcastico" e "uno dei registi americani più interessanti emersi nelle ultime stagioni". E si tratta della stessa firma che poi, quando incontra lo stupefacente classicismo raggelato de Il Pianista, lo scambia per cinema hollywoodiano. © 2003 reVision, Dante Albanesi |
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