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La Schivata

L'Esquive - 1h 57'

Regia: Abdel Kechiche



"Il gioco dell'amore e del caso" ("Le jeu de l'amour et du hasard", 1730) di Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux e i ragazzi di una banlieue (2003); l'incontro di due linguaggi diversi (la lingua del settecento dal vivace ritmo del Nouveau Théâtre Italien, ossia la commedia dell'arte italiana in Francia, e quella degli adolescenti dell'estrema periferia francese odierna) e il parallelo tra vicende che finiscono per somigliarsi.
La storia in sintesi: l'innamoramento di un timido adolescente d'origine araba, Krimo, il cui padre è in carcere e esso stesso coinvolto in iniziatici furti insieme al suo gruppo di amici, per una compagna di classe bianca, Lydia, dalla vita comune a molti suoi coetanei banlieue o non banlieue. Entrambi nati e vissuti nello stesso quartiere (dove tutti si conoscono), Lydia e Krimo fanno parte di due diversi modi di vivere; li accomuna il linguaggio aggressivo e pieno di improperi con cui esprimono le loro emozioni, la loro rabbia.
Nella commedia di Marivaux Sylvie, la padrona, si cambia di posto con Lisette, la cameriera, per conoscere il suo promesso sposo Dorante, il quale a sua volta per lo stesso motivo e all'insaputa di tutti, si cambia di ruolo con il suo servo Arlecchino. Nonostante tutto, i servi si innamoreranno dei servi e i padroni dei padroni. Quando Krimo vede Lydia vestita con l'abito settecentesco della falsa Sylvie, ne rimane colpito come se vedesse per la prima volta la sua conoscente di sempre, impegnata insieme ai suoi amici nelle prove della commedia organizzata dalla scuola. Di chi si innamora Krimo? Non di Lydia, ma di quella che crede sia Sylvie, s'innamora di una ragazza diversa dalle altre, una "civettuola settecentesca" affascinante per i suoi modi ricercati impossibili da paragonare con la propria esperienza, insomma perde la testa per qualcuno che non esiste e che crede di ritrovare anche nella Lydia senza costume. Una messa in scena, peraltro dai toni buffi, presa sul serio al punto da indurre Krimo a chiedere a Rachid (gruppo Lydia e interprete di Arlecchino/Dorante) di cedergli il ruolo previo pagamento in oggetti rubati. Il gioco delle parti è qui responsabilità di adolescenti alla scoperta di sé.

E' una banlieue anomala quella che il tunisino Kechiche ci presenta in La Schivata (parola gergale che sottende il modo con cui difendersi da un'aggressione), un luogo in cui convivono anime spesso molto diverse, lontano dall'iconografia divenuta classica con il bellissimo L'Odio di Kassowitz. La violenza, se c'è, si esprime tramite un codice comune, una lingua espressa con una loquacità esasperata fatta perlopiù di insulti come in una gara dove non è l'originalità il fine ma lo scambio, un capirsi e spiegarsi fondamentale per sopravvivere in un quartiere/villaggio/mondo a parte i cui unici contatti con la città sembrano ridursi all'arrivo di una polizia priva di scrupoli secondo cui i giovani abitanti della periferia dimenticata equivalgono, secondo una drammatica equazione, a delinquenti incalliti da maltrattare, prevaricare, ammanettare, una tipologia criminale che non presuppone diversità.
Ma La Schivata è solo in parte un film sulle banlieue, e per nulla il riscatto attraverso il teatro di ragazzini privi di alternative (non è così nemmeno per gli amici di Krimo, che accomunano il teatro e i suoi costumi ad un comportamento ridicolo, da omosessuali e femminucce, eppure alfine presenti in sala la sera della recita). Due i punti essenziali per leggere La schivata: le differenze che trovano unione in una lingua comune e nell'essere trattati dall'esterno in ugual modo (l'arrivo della polizia è anche il punto di osservazione di molti extra-banlieue); le stesse differenze come separazione all'interno tra i ragazzi che potranno anche divenire amici ma non amanti.

La differenza/unione è presto detta. A parte il linguaggio/codice i ragazzi troveranno un reale e più profondo legame all'indomani dell'arresto. Lì si rendono conto che le loro diversità interne non sono visibili dall'esterno, per cui potranno tentare di prevaricarsi a vicenda secondo ruoli prestabiliti (l'aggressione dell'amica di Lydia da parte del miglior amico di Krimo) eppure dovranno sempre fare i conti con il mondo che li circonda. Ed ecco quanto poté fare l'esperienza condivisa più del "teatro terapia".
La differenza/differenza è una faccenda più sottile. Nell'amore, come nella commedia di Marivaux - anche se lì entrano in gioco diversità sociali impossibili da superare -, la diversità (di esperienze personali, di desideri, ecc.) crea avvicinamenti ma raramente conduce all'amore. Per cui quando Lydia si reca dal suo impacciato corteggiatore - non sappiamo con quali intenzioni seppure si senta liberata dalla ex di Krimo ora con un altro ragazzo -, "l'innamorato" non risponde. Che sia un innamoramento fasullo esauritosi con la conclusione della finzione teatrale oppure no, la storia di Krimo e Lydia, scandalosa e fautrice di liti feroci, finisce a causa di un mancato riconoscimento l'uno dell'altra.
Il ragazzo timido, in difficoltà quando deve prendere posizione (nell'assordante chiacchiericcio del gruppo ad inizio film, in cui si parla di farla pagare a qualcuno, egli si defila con una scusa), le cui pareti della stanza sono tappezzate da disegni di barche e navi a vela realizzati dal padre carcerato, non riesce ad andare oltre se stesso, come gli suggerisce l'insegnante quando tenta di farlo recitare mentre si ostina nel pronunciare a memoria parole cui non riesce a dare senso.
Camera a mano, fotografia come si suol dire povera, frutto di un linguaggio (stavolta cinematografico) essenziale e corrispondente ad uno stile originatosi dall'interno della storia, ossia una scrittura richiesta dalla vicende, una scelta precisa voluta per essere espressione e non visione di una situazione, La Schivata, i cui interpreti sono dei non professionisti bravissimi (su tutti Sara Forestier, Lydia), è infine una storia che riesce a proporre un ambiente (di)sconosciuto tutto da scoprire e dove la varia umanità non si racconta per estremi, come in genere sono soliti proporre i media.
"L'aggressività, spesso, nasconde timidezza e fragilità, più che vera violenza", afferma Kechiche, ma più che le parole fece il film.

© 2005 reVision, Emanuela Liverani