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Diario di uno Scandalo

Notes on a Scandal - 1h 32'

Regia: Richard Eyre



Di pruriginose storielle con protagoniste insegnanti compiacenti o "coinvolte loro malgrado", in balia di studentelli disinibiti (e magari armati di videotelefonino con immagini da diffondere via Internet), le nostre cronachette sono piene. E’ il gossip a luci rosse di provincia, allarmante segnale di disagi esistenziali e sessuali, pronto ad essere analizzato dagli psicologi prezzolati dei salotti buoni televisivi. Di simili vicende il cinema ne ha fatto incetta (basti pensare al filone delle procaci divette della commedia erotica nostrana anni Settanta), con maldestri tentativi di drammatizzazione alla buona (in certi made in Usa con la Susan Sarandon di turno travolta da proibita passione per un Christopher Atkins qualsiasi in adolescenziale calore). Non parliamo poi dei telefilm del neo-femminismo modello Sex and the City, disinibiti ed inneggianti ad una sana trasgressione tra le coltri (e al diavolo i moralistici distinguo sulle differenze anagrafiche!). Rimangono sul campo della nostra comune quotidianità alienata i veri drammi privati, quelli che sconvolgono esistenze alla disperata ricerca di amori e di calori profondi ed intensi, quelli che avrebbero bisogno di uno sguardo d’autore capace di enuclearli e spiegarli. A questo ha pensato Richard Eyre, regista teatrale e cinematografico, portando sullo schermo il romanzo di successo firmato da Zoë Heller, "La donna dello scandalo", sostenuto da un’abile sceneggiatura scritta da Patrick Marber (già autore di quella di Closer). Il risultato è Diario di uno Scandalo, film solidamente, britannicamente raffinato imperniato sulla presenza prestigiosa di un duo di formidabili attrici: una Judi Dench arcigna e melliflua (già diretta da Eyre nel commovente Iris – Un Amore Vero) accanto ad una vibrante ed affascinante Cate Blanchett. Quello che il film ci racconta, con un moderno pudore, è la passione travolgente in grado di sconvolgere la vita di una giovane insegnante di Storia dell’arte in un tipico liceo londinese.

Fra la timida, fragilissima Sheba Hart (la Blanchett) e l’arrogante adolescente Steven Connolly (il bravo Andrew Simpson che qui recita la parte di un bulletto quindicenne anche se di anni ne ha in realtà diciotto) s’instaura un soffuso rapporto sadomasochista non privo di tenerezza coatta e d’implicito ribellismo nei confronti della società perbenista prigioniera in un cul de sac di pulsioni represse. Inizialmente, la donna si mostra ben capace di gestire con affabile naturalezza sia i rapporti con i coetanei docenti (che adorano i suoi sorrisi e la sua grazia), sia con il marito più anziano (interpretato da Bill Nighy) che l’aiuta ad alimentare l’amore per il giovanissimo figlio down (al quale non si risparmia nulla delle dolcezze familiari, feste comandate comprese). Ma a sconvolgere il fatiscente equilibrio ecco intervenire la malvagia nevrosi della Baby Jane di turno, Barbara Covett (la Dench), anziana insegnante intrigante fino all’ossessione, alla quale l’incauta Sheba confida la clandestina relazione. Nonostante sia già vittima della morbosa petulanza della velenosa collega (indicativa è la scena dell’insistito invito al funerale della gatta di questa, segno di una pericolosa instabilità emotiva), l’insegnante innamorata si espone ad invitare la neo-amica (presto nemica) ad un pranzo di Natale, commossa dalla solitudine di quella donna pericolosa.
Sarà proprio Barbara, che redige in ostile segretezza il diario del titolo e che desidera con rabbia la sua giovane preda di cui aveva spiato l’innamoramento proibito, a manifestarsi come l’artefice della clamorosa rivelazione, quella che condurrà all’amaro scandalo e alla conseguente, indispettita messa all’indice della fedifraga da parte della famiglia di lei e dell’intero corpo scolastico. Ma a condurre la povera Sheba sul metaforico rogo alimentato dall’indignato furore dell’impietoso contesto, provvederanno pure le perverse menzogne dell’imberbe amante, alle prese con la sua trappola morale fatta d’insinuazioni oscene e di stizzosi voltafaccia.
In questo dramma che sconfina nel thriller, proponendoci senza mezzi termini di sospendere il giudizio, l’abile direzione di Eyre (che ricordiamo regista sensibile di L’Ambizione di James Penfield, storia di uno spregiudicato giornalista a confronto con la società anglosassone cinica e bara) compone un finale assai teso, con l’ausilio di un montaggio alternato ben orchestrato da John Bloom, mentre la partitura del veterano Philip Glass funziona da contrappunto discreto e da sostegno evocativo per l’intero racconto. Le ultime sequenze di questo inquietante e ammonitorio Diario di uno Scandalo mostrano l’impressionante implosione dei sentimenti contrastanti della "mostruosa" Barbara, seduta sulla stessa panchina dove all’inizio l’avevamo scoperta, in attesa di una nuova innocente vittima da amare come lei può, come sa fare.

© 2007 reVision, Francesco Puma