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Lo Scafandro e la FarfallaLe Scaphandre et le Papillon - 1h 49'
Regia: Julian Schnabel Il dilemma sulla consistenza dell’essere coincide con il sempiterno problema di una
possibile definizione dell’identità: un nodo filosofico mai sciolto che il cinema contemporaneo prova ad affrontare ponendolo
in relazione con la minaccia, sempre presente pur in epoca di progresso tecnologico e scientifico, della malattia e del dolore
che si propongono ancora come tabù inviolabili in una società votata all’efficienza e al culto dell’eterna giovinezza, dove
essere sani e belli più che un destino sembra un dovere per ognuno. Che significa, dunque, essere Jean-Dominique Bauby, si
domanda Julian Schnabel, cineasta e pittore arrivato alla sua terza regia (dopo Basquiat e
Prima che sia Notte), in questo magnifico Lo Scafandro e la Farfalla. Siamo ben
lontani dai pirandellismi di Spike Jonze che in Essere John Malkovich raccontava di un precipitarsi
dantesco dentro il cervello di un attore: questo inno alla resistenza della mente, a dispetto di un male devastante capace di
sconvolgere il corpo, prende spunto da una storia realmente accaduta.Dunque, l’8 dicembre del 1995, il dinamico e carismatico Jean-Dominique, caporedattore della rivista francese "Elle", mentre si trova in automobile accanto al figlio maschio Théophile (Théo Sampaio), rimane improvvisamente colpito dalla locked-in syndrome (una forma d’ictus cerebrale) che lo riduce lucidamente prigioniero del proprio corpo paralizzato, in grado di comunicare solamente sbattendo la palpebra dell’occhio sinistro. Ad interpretare questo quarantatreenne non credente (e padre di un’altra bambina di nome Céleste interpretata da Fiorella Campanella) troviamo il bravissimo Mathieu Amalric capace di restituire con incisiva veridicità i minimali sommovimenti sensoriali del protagonista, il suo doloroso presente che Schnabel mette a confronto con i flashback emblematici della sua vita prima del colpo fatale. Già la soggettiva iniziale, che prova a ricreare le percezioni dell’identità smarrita appena risvegliatosi dal coma - le immagini sfocate e i suoni smorzati (dieci impressionanti minuti di puro cinema), - c’induce ad un’identificazione stringente con il destino di Jean-Dominique, i cui pensieri percepiamo attraverso l’espediente della sua voce off. Così siamo introdotti all’interno del microcosmo ospedaliero che lo ospita, e mai a confronto coi primi piani del degente, quasi sempre inquadrato di profilo, una sfumatura narrativa questa che esalta l’ammonitorio assunto del film sottolineato fin dal titolo indicante la metafora dello scafandro che tiene prigioniero il nostro (nelle sequenze oniriche girate sott’acqua) e l’impalpabile sbattere delle ciglia simile a quello che tiene in volo una farfalla. All’Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer, l’istituto della degenza, il crisma vagamente metafisico è garantito dall’angelica
presenza di donne avvenenti, percepite con gioia resistente dall’occhio del protagonista, cultore dell’universo femminile ed
estimatore della bellezza. Senza indugiare in patetismi e adoperando con parsimonia l’ironia, il film sottolinea i dovuti passaggi
malinconici come quello che vede l’ortofonista Henriette Durand (la Marie Josée-Croze de Le Invasioni
Barbariche) uscire dalla stanza del malato e commuoversi dopo aver rilevato nel linguaggio cifrato dell’uomo la parola
"morire". Il passato di Jean-Dominique è dunque rappresentato dalle donne che ha amato e di cui adesso non può che cogliere
gli odori rigeneranti: c’è l’ex–moglie piena d’attenzioni Céline Desmoulin (Emmanuelle Seigner) e c’è la più inquieta amante
Josephine (Marina Hands) con la quale l’uomo ha compiuto un iniziatico e premonitorio pellegrinaggio a Lourdes negli anni Settanta.
Un’altra presenza fondamentale è quella di Claude Mendibil (Anne Consigny), impegnata ad assisterlo durante le giornate mentre
una ragazza s’incarica di trascrivere quei pensieri che comporranno in seguito l’autobiografia di Jean-Dominique, pubblicata
con lo stesso titolo del film in Italia dalla casa editrice Ponte alle Grazie. A popolare i suoi sogni ipertroficamente sviluppati
c’è anche l’imperatrice Eugenia (la consorte di Napoleone III scomparsa all’età di 94 anni) il cui busto di marmo, scolpito
quando lei era giovinetta, campeggia nella grande sala dell’ospedale assieme ad una lettera che testimonia la breve visita
imperiale sul posto, il 4 maggio 1864, raccontata dal vice-capostazione di Berck al direttore del "Correspondant Maritime".
E’ proprio la mitica Eugenia ad essere una delle protagoniste oniriche delle notti dell’uomo, assumendo le fattezze dell’attrice
Emma de Caunes, la stessa interprete dei sogni di Jean-Marc Leblanc, protagonista de L’Età Barbarica.Con incisivo pudore è raccontato il rapporto che lega Jean-Dominique (confidenzialmente chiamato Jean-Do) al padre interpretato da Max von Sydow: li vediamo per la prima volta insieme, in un flashback, mentre il primo è intento a radere il secondo immerso nella solitudine del proprio appartamento, mentre è assai commovente la sequenza della telefonata del vecchio in ospedale, in lacrime e palesemente stranito, come in uno speculare confronto di solitudini forzate. Altrettanto toccante è un’altra telefonata al ricoverato da parte della nuova compagna Inès (Agatha de La Fontaine), ancora capace di esternare il proprio affetto all’uomo menomato, anche se non trova il coraggio di andarlo a trovare, mentre l’ex–moglie inizialmente allontanatasi dalla stanza per pudore, rientra per troncare in lacrime la straziante comunicazione. Indimenticabili sono anche i personaggi affidati al compianto Jean-Pierre Cassel, che assume per volere del regista la doppia identità prima di un prete e poi di un venditore d’oggetti sacri a Lourdes, figure emblematiche che segnano la tentazione spirituale del protagonista. Quello che prima appare sfumato e inconsistente, nel vortice della quotidiana normalità di sano in carriera, ora assume i tratti più marcati di un tragitto fatale, pieno di nuovi e più profondi significati a cui dà forma e rinnovata necessità la terapia della scrittura: il dolore come rinascita apre una prospettiva lontana dai modi leggiadri del volo di farfalla a favore di un immergersi nella pesante dimensione della coscienza, lo scoprirsi deboli in un mondo affidato alle fatiscenti regole del caso e della necessità. Il Jean-Do vittima di questa dolorosa e illuminante metamorfosi, nella realtà è morto a quarantacinque anni per un arresto cardiaco,
dieci giorni dopo la pubblicazione delle sue memorie, con in mente il progetto editoriale (concepito prima che la malattia lo
colpisse) di una versione al femminile de "Il conte di Montecristo". Argutamente sceneggiato da Ronald Harwood (a cui si devono
i copioni de Il Pianista assieme a quello, assai meno riuscito, de L’Amore ai Tempi del
Colera), meravigliosamente fotografato dallo spielberghiano Janusz Kaminski, Lo Scafandro e la Farfalla evoca tematiche
già esplorate e lo fa con tagliente originalità, riecheggiando i motivi di E Johnny Prese il Fucile e del più recente
Mare Dentro con piglio ideologico e sensibilità differenti. A tratteggiare l’ideale cerchio che si chiude, questo "poema
degli occhi" pone sul finale la sequenza decisiva del malore in auto del protagonista, ad enuclearne la componente deterministica.
Un’architettura drammaturgica abilmente congegnata e sostenuta dalle ispirate musiche originali di Paul Cantelon (lo stesso di
Quest’apologo visionario e narrativamente incisivo si è già aggiudicato il premio per la migliore regia a Cannes 2007 e due Golden Globe (uno per la regia e l’altro come miglior film straniero). Assolutamente da non perdere, disponendosi ad un’immersione filosoficamente sciolta nelle profondità analitiche del cinema d’autore. Preparate i vostri scafandri. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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