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La Niña Santa1h 46'
Regia: Lucrezia Martel Santità e melma paludosa si confondono nel cinema di
Lucrezia Martel, uno dei pochi sguardi contemporanei autentici, privi di
pastoie dell’immaginario globalizzato. La materia cinematografica è la carne
stessa, il sangue, i copiosi liquidi. Sono le pulsioni libidinose a descrivere
l’evento. Nel cinema di Martel troviamo soltanto storie dell’intimità
individuale. Non c’è altro, ma la natura umana così spogliata, nuda e cruda,
appare molto più brutale, grottesca di qualsiasi prospettiva horror. Martel è
certamente surreal poetica alla Borges, ma ricorda moltissimo per
l’ibrido blasfemo tra commedia e psicodramma Marco Ferreri. Non a caso la
componente "animale" è un’indicazione non tanto sotterranea. L’animalità è
vissuta come presenza inopportuna del corpo, o meglio, di un’umanità selvaggia,
incontrollabile, anche vuota nell’ottusità ridondante, sempre in grado di
esplodere, o almeno di esprimersi secondo le crudeltà del caso. L’acqua ha valore
metafisico, è purificatoria; acqua termale, le abluzioni sono la calata del
corpo nel lavacro salvifico, come le ave marie per rigenerare lo spirito.
Nell’albergo gli spazi sono asfittici, sottili: si riducono, assemblando corpi
diversi. Gli spazi architettonici sono impregnati dal desiderio forte della
debolezza: la sottrazione e il ricongiungimento. L’attrazione fatta di sguardi
cresce attraverso la molestia, avance sessuale efficace di là dai pudori
convenzionali del buon costume. Martel amplifica la voce forte dell’organismo,
preso dai suoi tic, i gesti, le parole sempre goffe, le posture significanti,
la prossemica specifica.La Niña Santa è uno straordinario affresco umano, laddove i ruoli dei personaggi pulsano di sottili alchimie, ambivalenti empatie, smarrimenti oscuri svelati come sintomi poco spettacolari. La mdp di Martel insegue con furore questi interstizi dell’anima, provoca gli interpreti saturandone al parossismo l’espressione, taglia in molti casi nell’inquadratura molti pezzi del corpo. Non ci sono dinamiche narrative chiare, ma solo sensazioni ancestrali, percezioni primitive in un clima mai trasparente, dominato dalla serie infinita di possibilità sentimentali. I personaggi agiscono nella sfera propria che si sottrae spesso allo sguardo della mdp. C’è così un mondo "altro" che non si vuole né scoprire, né raccontare, eppure percepibile in modo violento, un sentire che infine si addensa nelle immagini viste, vissute. Siamo di fronte ad una palude santa, al mistero della carne
spirituale, all’inconciliabilità della Fede Cattolica, all’ambiguità della
logica che tenta di ordinare, dirimere i punti interrogativi su una natura
(comportamentale) sempre oltre ogni prevedibile prospettiva scientifica, come quella
dei dottori che dovrebbero discettare su un senso, l’udito, ma il sentire è presto
caratterizzato come dimensione ignota, irraggiungibile.Il corpo dell’anima (nel senso di Piscicelli) è fissato nell’ordito segreto di storie impalpabili, che si (auto)rappresentano in un teatrino paradossale e grottesco; in questo caso è la ribalta del convegno di medici a fornire il climax, quale risultante delle disposizioni viscerali che si sono incrociate, di uomini e donne, durante il film. Nel cinema di Martel ogni gesto del corpo è "pesante" proprio perché indica la pulsione profonda dell’anima, alla quale è difficile sottrarsi. Come se tutti i personaggi, e noi con loro, fossero destinati ad essere risucchiati nelle sabbie mobili concrete dell’esistenza perturbante. Il diavolo e l’acquasanta sono fusi nella messa in scena, perché morale e ordine sono totalmente fatti a pezzi di fronte alla potenza dei fluidi organici. © 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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