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La SamaritanaSamaria - 1h 35'
Regia: Kim Ki-duk Kim Ki-duk è cineasta di struggente follia, perché le
pratiche dello sguardo nel film tentano di spaccare il chiodo in quattro. Di
rovesciare all’interno di un universo paradossale la visione laddove questa si
nutre di forme viscerali, di intuizioni antipsicologiche, groviglio di pseudoreligioni,
leggende, mentalità asincrone, irriconoscibili tradizioni popolari. Il cinema
di Kim Ki-duk è sempre meno simbolico, ancorché qui il cammino di formazione
abbia l’assunto del percorso "parabolare" evangelico (Luca 10, 35). Ma, molto
più acutamente, Kim Ki-duk filma la paralisi, il dolore, la sofferenza,
l’inquietudine per il mondo che si dispone esattamente come un occhio meccanico
lo può vedere. Il padre, che scopre la figlia Yeo-Jin per caso, rivede per la
prima volta la figlia. Un processo di revisione, che procede per accumulazioni
dell’esperienza. Una visione che va verso la
scarnificazione dell’evento visibile, sottraendosi in modo inequivocabile al
pregiudizio morale. La prostituzione della fanciulla appare gravosa e brutale
nella sua totale insensatezza, nella mancanza di obiettivi, poiché la raccolta
di denaro per fuggire (da cosa poi? Poiché è impossibile fuggire da se stessi)
è estremamente vana. Come la falsa storia che il padre si racconta di un immaginario
turistico ancestrale. Terre lontane, l’Europa per l’Estremo Oriente, mai
raggiungibili, né immaginabili. Così il territorio dell’immaginazione in modo
definitivo sparisce e rimane l’evento, la storia della persona con tutte le
ipotesi di variazioni e fini terribili, spesso raggiunte con sadico cinismo;
possiamo, infatti, contare suicidi e omicidi in successione. Da questo punto di
vista il percorso dal suicidio all’omicidio è brevissimo, come se tutte le
azioni fossero legate allo stesso filo, e allo stesso filo le medesime
marionette appaiono sottoposte al macabro balletto, dove nessuno è libero, ma
appartenente all’età, al pensiero di un momento di vita mai inquadrabile,
definibile, e sempre foriero di aperture, smarrimenti, perversioni, figurate da
specchi, pose plastiche, voyeurismi, finestre.
Le perversioni sono necessarie
non per ottusa libidine, ma per sottrazione e fuga da una via ordinaria non più
sufficiente al sostentamento di energie per la sopravvivenza. Si uccide o ci si
uccide per stanchezza, perché si è arrivati (più o meno)
alla fine di un processo (visivo), mai però verificabile (scientificamente). Lo
si percepisce benissimo nella rapidità dei due suicidi. La ragazza che sceglie
un percorso, la finestra, per fuggire, ma è anche il meno opportuno per
continuare a vivere. E poi il suicidio del piccolo borghese scoperto nei suoi
vizi dinanzi la famiglia, che sceglie una fuga veloce, pochi passi verso il
vuoto (non casualmente il gettarsi nel vuoto, nel precipizio, figura la via più
estrema e veloce per togliersi la vita) da quella parte di sé che non è in
grado più di sopportare. Sequenze costruite con la stessa efficacia, laddove è
chiaro che sono evitate storie parlate, spiegazioni, per sfoggiare solo la
crudezza dell’evento che potrebbe avere solo in apparenza (solo per
sceneggiatura) un suo grado di non chiarezza, di enigmaticità o peggio ancora
di gratuità. Invece il gesto di Kim Ki-duk è sempre chiaro e definitivo tanto è
vero che l’orrore proviene dal fuori campo richiamato dallo scorrere del
sangue, da una pozzanghera che si forma e si allunga.Anche la divisione in capitoli (Vasumitra - Samaria - Sonata), dispone la visione in una serie di gabbie sensoriali già indicatrici di un percorso o meglio di una ricerca visiva che trova riscontro lungo il fluire delle scene, esaltandosi soprattutto nei vari epiloghi dei brani, risultante di un progetto (di vita) che (si) è (auto)rappresentato. © 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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