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Cuore Sacro1h 57'
Regia: Ferzan Ozpetek Davvero impossibile fare i conti con il cinema di Ferzan
Ozpetek, un cinema che anela i territori della spiritualità visiva alla ricerca
di un’alterità rivelante, ma attraverso le forche caudine della sceneggiatura,
compromettendo l’unico viaggio eccitante possibile, vale a dire quello di uno
sguardo "gettato" nell’indeterminatezza del dispositivo. La Finestra di
Fronte era già un movimento dello sguardo all’esterno già privo
dell’eccentricità hitchcockiana, piuttosto la "piccola" ricerca entro la
routine quotidiana di una luce o, più semplicemente, la novità da una noia
sottoproletaria, l’apertura verso altre possibilità di vita, superando anche le
appartenenze sociali. Le opere precedenti Hamam - Il Bagno Turco
e Le Fate Ignoranti erano anch’esse dei viaggi alla scoperta del sé,erroneamente scambiati per esotismo (che è spesso l’altra faccia gretta del
provincialismo italiano). Potremmo considerare Cuore Sacro una
variazione trascendente di Le Fate Ignoranti.
Ferzan Ozpetek ha bisogno di un riferimento ambientale forte per l’evoluzione psicologica dei suoi personaggi. L’industriale e manager Bobulova mantiene un’espressione tra la sorpresa e la curiosità estatica, fino all’esplosione di una sottile follia che ha le salde ragioni di una religiosa conversione. Vicino a tanti simboli cattolici, innanzi tutto il prete, Cuore Sacro analizza i riti d’anacoresi in una donna apparentemente inossidabile e fredda. La casa materna con i suoi fantasmi e i segni più o meno criptici è la chiave di volta in grado di innescare la rivolta dell’anima. E la bambina è sostanzialmente una figura angelica. I personaggi intorno alla Bobulova appaiono misteriosi come il custode e la zia "buona" oppure gelidi e duri come l’altra zia direttrice dell’industria. In questo quadro generale le coordinate, come si evince facilmente, sono banali, perché prive di sfumature, di aporie autentiche della coscienza. Cosicché la sequenza francescana è tutta fuori da ogni vicissitudine spirituale; sembra indotta e voluta da un deus ex machina che è la sceneggiatura, mentre le citazioni pittoriche (la Pietà di Michelangelo) e cinematografiche, come quella assurda delle penombre acquatiche da Cat People di Jacques Tourneur, fin troppo meccaniche e improduttive. Ozpetek conferma i suoi limiti di visione, anche se Cuore Sacro è abbastanza felicemente sconclusionato ed ingenuo al pari di opere come Ovunque Sei e Provincia meccanica. Ma era molto più problematico, irrisolto e doloroso il cammino d’anacoresi di Calopresti, anche come corpo di attore, in La Felicità Non Costa Niente: molto più vicino alle splendide allucinazioni di Leos Carax in Pola X, che potrebbe essere il riferimento principale per tutte le opere citate. © 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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