Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Salvate Il Soldato Ryan

Save Private Ryan - 2h 43'



Steven Spielberg conosce molto bene tutta la tradizione del war film americano legato alla seconda guerra mondiale, una tradizione che comprende pellicole come Il Giorno Più Lungo o Bastogne solo per citare alcuni titoli. Un genere popolato da eroi che combattevano eroicamente una guerra giusta. Spielberg conosce talmente bene questa tradizione da essere in grado in Salvate Il Soldato Ryan di stravolgerne sia i presupposti narrativi che tutte quelle certezze morali che ne rappresentavano le solide basi.
Salvate Il Soldato Ryan è un film che confonde, disorienta, crea dei dubbi soprattutto nello spettatore. Comincia dove finisce La Lista Di Schindler, creando in questo modo un legame molto stretto con la precedente irruzione di Spielberg nelle vicende del XX secolo. Non solo questo, ma il film finisce proprio nel luogo simbolico dove inizia: nel cimitero di guerra sulle coste della Normandia. La storia sembra continuamente ripetersi in un infinito movimento circolare. Salvate Il Soldato Ryan è pertanto un film sulla morte, e sul momento in cui essa diventa unica protagonista, unica vincitrice: la violenza della guerra.

Si inizia, stravolgendo i canoni narrativi tradizionali del war film tutto proteso verso il punto di maggior coinvolgimento narrativo che coincideva quasi sempre con la battaglia risolutrice, con una carneficina sulle spiagge della Normandia. Si inizia in pratica dove tutto finiva. E' il D Day, il giorno dello sbarco alleato sulle piagge della Francia occupata, l'inizio del prevalere del bene sull'orrore malvagio del nazismo. Eppure già tutto è confusione. Masse anamorfiche di soldati senza volto, dalle uniformi pressoché uguali, si fronteggiano, si sparano, si uccidono. Uomo contro uomo, a volto scoperto lasciando che sia lo spettatore in sala a decidere chi è la vittima e chi il carnefice. L'unico trofeo è quello delle membra dilaniate, delle viscere che fuoriescono dai corpi, un trofeo che la Guerra sventola fiera sulla spiaggia di Omaha Beach. Non è facile pensare in quei momenti iniziali stracolmi di realismo cinematografico, che tutto è una finzione mirata a ricreare l'illusione della realtà bellica. Nel momento di maggior realismo si consuma infatti il maggior inganno cinematografico ai danni dello spettatore. Non aggiungendo consapevolmente alcun valore alle immagini ricreate, depredandole di ogni significato aprioristico, resta solo la violenza, la guerra. Uno spettacolo che paradossalmente si presenta, e si rappresenta come allo stesso tempo ripugnante e avvincente, eroico e vile. Nella confusione della "Guerra Giusta" il film smarrisce qualsiasi retorica, qualsiasi prospettiva morale. E' questo il punto di forza del film. Nessuno prima d'ora aveva mai tentato di annullare moralmente il secondo conflitto mondiale, di osservarlo da una nuova prospettiva per ciò che realmente era. Solo guerra, combattuta da uomini comuni quasi identici nei loro pregi e nei loro difetti, comandati da generali preoccupati delle loro mostrine. La provocazione attentamente cercata esplode in tutte le sue contraddizioni. Sembra di assistere ad un film sulla Guerra del Vietnam, guerra contraddittoria per antonomasia, mentre in realtà si è nel punto cruciale di un conflitto mondiale da sempre presentato come ideologicamente puro. Bene e male si mescolano, penetrando inestricabilmente l'uno all'interno dell'altro.

Quando la Storia con la s maiuscola dei primi venti minuti diventa la storia del gruppo di uomini alla ricerca del soldato semplice James Ryan, i dubbi anziché placarsi si acuiscono. E' giusto rischiare la vita di otto soldati, di otto figli, otto mariti, fidanzati, uomini soli, per salvare la vita di un singolo uomo, seppure unico sopravvissuto di quattro fratelli partiti per la guerra ? Attorno a questo dubbio, che si proietta sulla scala della Storia con la s maiuscola coinvolgendo e stravolgendo convenzioni e preconcetti ormai acquisiti, ruota tutta la seconda parte del film. Se nel bianco e nero de La Lista Di Schindler non vi erano ombre, salvare una vita significava salvare il mondo intero, nella accozzaglia di colori di Ryan i dubbi sovrastano le certezze. Sono i dubbi che assalgono gli uomini del plotone comandato dal Capitano Miller (Tom Hanks) che vedono morire l'uno dopo l'altro i loro amici nel tentativo di portare a termine la missione, di lustrare con il loro onesto sacrificio le mostrine dei generali, sono i dubbi che abbandonano lo schermo e si riversano sugli spettatori comodamente seduti in sala lasciandoli disorientati. Dove bene e male, buoni e cattivi, indiani e cow boy, dovrebbero essere più facilmente riconoscibili, il freddo umido del dubbio penetra le coscienze e non le abbandona più. Neppure di fronte alla morte, nel combattimento a mani nude, nel corpo a corpo per difendere quell'ultimo ponte è possibile distinguere. La guerra fagocita tutto, uomini, donne, bambini ma anche carri armati, bravi soldati americani e cattivi soldati nazisti. Nel digerirli, fatti ormai poltiglia, non vi è nessuna differenza.
Il vero nemico in Salvate Il Soldato Ryan è la guerra, il caos che essa genera, il disordine mentale e di valori che in essa trovano terreno fertile al loro proliferare. Così lo spettatore, smarrito sulla spiaggia della platea come i soldati che consapevolmente si lanciano dai mezzi da sbarco incontro alla morte, egli si trova a vagare nel buio della sala cinematografica che riaccende le sue luci. Salvate Il Soldato Ryan genera dubbi proprio laddove doveva rinsaldare delle sicurezze storiche ormai acquisite. Lo spettatore si alza, barcolla tra un posto a sedere e l'altro, tra un cavallo di frisia e una trincea colma di bicchieri vuoti di coca cola. Una domanda lo perseguita: "Me lo sono meritato?".

© 1998 reVision, Fabrizio Pirovano