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Hotel Rwanda

2h 02'

Regia: Terry George



Il Rwanda non ha mai esportato petrolio, quindi nessuno vi importerà democrazia. Così, un milione di morti e due milioni di profughi si sono consumati senza che l’Occidente (con i suoi soldati e i suoi giornalisti) abbia mosso un dito. Un genocidio figlio naturale del colonialismo europeo: l’odio etnico tra Hutu e Tutsi è stato infatti una diretta conseguenza del dominio belga, il quale assegnò arbitrariamente ogni egemonia politica ai Tutsi, per il semplice delirante motivo che questo popolo aveva la carnagione più chiara e il naso più diritto, ed erano dunque più vicini alla fisiognomica europea.
Hotel Rwanda torna a quel fatidico 1994. A Kigali, Paul Rusesabagina (un intensissimo Don Cheadle) è il direttore di un lussuoso albergo di proprietà belga. Paul è hutu, sua moglie è tutsi; tre figli, una famiglia serena. Ma il loro piccolo mondo viene sconvolto dall’esplodere della guerriglia. Sono costretti ad abbandonare la casa e a riparare nell’albergo, che a poco a poco diviene un vero e proprio campo profughi, l’estrema ancora di salvezza per i tutsi in fuga. Con tenacia indomita e umanità infinita, Paul riuscirà a salvare oltre 1.200 tutsi...

Immerso nella quiete atemporale del suo hotel, linda isola di opulenza europea circoscritta da un oceano africano in tempesta, Paul è uno Szpilman che gradatamente si converte in uno Schindler: da un’ombrosa ossessione per la pulizia e il decoro, per un’armonia esterna che sia segno materiale di un ordine interiore, Paul passa ad un’ostinata lotta per la sopravvivenza altrui. Ed è interessante il contrasto che si instaura tra attori protagonisti semi-sconosciuti e grandi divi (Nick Nolte, Joaquim Phoenix, Jean Reno) costretti in figure secondarie. Improvvisamente, Paul si trova catapultato all’interno di un film di guerra hollywoodiano, con uno stuolo di star che irrompono nella sua scena come creature da un altro mondo. Un 7° cavalleggeri di buoni e bianchi sentimenti, che però, a differenza dei tempi di John Wayne, lascia le cose come sono.
Pur senza essere bello, Hotel Rwanda è importante. Didascalico, ma mai melenso. Una regia tradizionale e incolore, che evita spaurita ogni spargimento di sangue, ma che sa anche limitare l’eccesso di zuccheri di un film analogo come In My Country. Da due ore sempre in bilico tra commovente e scontato, tratteniamo un’immagine: dopo aver visto le strade orrendamente disseminate di cadaveri, Paul rientra sconvolto in albergo e si serra nel suo stanzino; tenta di ricomporsi, si infila tremando la cravatta, ma per la prima volta nella sua vita quest’orpello occidentale gli sembra soffocante, indecifrabile, nemico. Lo strappa via con rabbia, e con quella striscia di stoffa scompare ogni obbedienza e ottimismo, ogni stilla di fiducia verso divinità troppo lontane.

© 2005 reVision, Dante Albanesi