Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



La Generazione Rubata

Rabbit-Proof Fence - 1h 34'

Regia: Phillip Noyce



Una sconvolgente storia di razzismo e segregazione, un'anacronistica ed incredibile vicenda di violenza e cecità politica, un orrore che tuttora persiste impunito e che andò avanti dai primi del ‘900 sino agli anni ‘70 (mentre in Europa scoppiava la contestazione e si ascoltava musica Rock): quello della Generazione Rubata. Il dramma inizia quando viene varato, nell'Australia dell'Ovest, un programma di epurazione che prevede di strappare dalle famiglie aborigene i bambini meticci per stanziarli in campi di concentramento dove saranno preparati ad una nuova vita presso la società dei bianchi. La vicenda narrata prende spunto dall'opera indefessa e orgogliosa di Mr Neville, Protettore Capo degli Aborigeni Australiani (che, dal canto loro, non potevano che chiamarlo "il Diavolo"), che per una distorta visione del dovere e dell'abnegazione alla causa, nonché per un concetto, ai limiti del nazismo, di tutoraggio e curatela nei confronti di una razza ritenuta incapace di auto determinarsi, si renderà responsabile di centinaia di migliaia di sequestri legalizzati - vere deportazioni di bambini - e della distruzione di un'importantissima parte della cultura dei nativi australiani. Il suo piano, infatti, è quello di impedire le congiunzioni tra i meticci e gli aborigeni di sangue puro per giungere, procedendo nelle generazioni e con gli incroci selezionati con individui di sangue ariano, ad una nuova razza bianca e scongiurare, in ogni caso e ad ogni costo, la diffusione dell’elemento aborigeno nella società contemporanea. Il recinto a prova di coniglio del titolo è un'immensa protezione costruita per l'intera lunghezza dell'Australia dell'Ovest da nord a sud per tenere non solo i conigli (calamità importata dall’Europa al pari delle malattie infettive) separati dai campi coltivati ma anche e soprattutto per dividere i territori riservati agli aborigeni, la razza che aveva popolato il continente per cinquanta mila anni, considerata ora inferiore e da relegare in un enorme zoo desertico coatto da filo spinato e ferro, da quelli popolati dai bianchi, e così ferire, dell'ennesima violenza propria dell'uomo, la terra e la natura.

La storia narrata è quella coraggiosa e vera, già raccontata in un libro dalla figlia di una delle protagoniste, di tre bambine meticce: Molly di 14 anni, sua sorella Daisy di 8 e la loro cuginetta Gracie di 10 anni che, segregate nel campo di Moore River, riuscirono a tornare nel loro villaggio natio di Jigalong, percorrendo 1500 miglia in poco più di un mese a piedi nudi, attraverso steppe e deserto, riuscendo a sfuggire ai poliziotti e ad un cacciatore nativo (interpretato da David Gulpilil, il più famoso attore aborigeno del cinema australiano), messi sulle loro tracce dal Ministero in quello che fu, al tempo, un vero smacco per il Potere costituito, un caso nazionale a memoria del fallimento dell’ossessione per il progetto di pulizia etnica così tenacemente propagandato dalle Istituzioni. Tre magnifiche piccole interpreti impreziosiscono la scena facendo da felice contro altare alla potente forza espressiva della recitazione di un genio dello schermo e del teatro come Kenneth Branagh, qui straordinariamente asciutto ed intenso, e la colonna sonora di Peter Gabriel, ispirato da un impegno ed un'ambizione al coinvolgimento chiaramente molto sentiti, danno profondità alla dimensione dello spazio quasi irreale del deserto australiano senza fine, aiutati anche da una fotografia di rara bellezza ed evocazione che fa delle pianure arse dal sole e dei licheni ciclopici circondati da silenzio e nulla, il punto di origine di una vibrazione emozionale che fa parte del racconto stesso.
Un film molto amato dal regista Phillip Noyce, qui anche nei panni di produttore del progetto, che, dopo Ore Dieci Calma Piatta, Giochi Di Potere ed Il Collezionista Di Ossa, inverte clamorosamente la marcia, abbandonando la via del blockbuster hollywoodiano, per puntare su un argomento scottante e di difficile digestione per il proprio Paese, realizzando un film duro, caustico, lento e mai arreso come i piccoli passi delle bambine sulla via di casa. Pur indagando con profondità l’aspetto sociologico ed umano della vicenda, Noyce non rinuncia all’arte della tensione e del dramma attraverso lo sviluppo del duello a distanza tra l’arguzia della piccola Molly e la concretezza di Moodoo, il cacciatore cui nessuno sfugge, oppure le riprese dall’alto, inquietanti fino a togliere il respiro, di praterie immani, piatte e scolorite, o di paesaggi notturni di terrore, teatro di inseguimenti disperati tra insidie e trabocchetti. Una sospensione dei tempi troppo compiaciuta e dilatata toglie un po' di pathos ad un racconto di per sé efficace già solo per la sostanza della denuncia ma non pregiudica, comunque, in nessuna misura, il valore di un'opera che è densa e coraggiosa come l’atto di accusa che porta avanti.

© 2002 reVision, Elisa Schianchi