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Il Giocatore

Rounders - 1h 55'

Regia: John Dahl



Scoprire un mondo diverso, la psicologia ossessiva di una pericolosa passione, quella del gioco, è stato sempre difficile. Molti film lo hanno fatto offrendo allo spettatore banalità di ogni tipo. Certo non può non venire in mente il romanzo saggio di Dostoevskij, "Il Giocatore". Gli atti compulsivi che caratterizzano queste sindromi da addiction riguardano tutti i giocatori del mondo. Il regista de L'Ultima Seduzione, ricordato più che altro per la presenza di Linda Fiorentino e per un passaggio televisivo controverso, sembra affrontare l'argomento con, è il caso di dirlo, le carte in regola. Innanzi tutto i due esordienti sceneggiatori, David Levien e Brian Koppelman, hanno fatto un lavoro di ricerca nei club di poker, studiando con minuziosa precisione i caratteri dei vari giocatori. E anche l'ambientazione nei locali underground newyorkesi è fedelmente riprodotta sullo schermo. Toccava a Dahl affrontare i nodi tematici più spinosi, il lato drammaturgico della vicenda, senza cadere in riflessioni di facile filosoferia. E questo, gliene diamo atto, non era certo semplice. Se i sentimenti messi in campo, le emozioni dei personaggi debbono corrispondere a determinate scelte stilistiche e di strutturazione del film, che è pur sempre un testo, Dahl dimostra ancora una certa precarietà e piattezza registica. Il suo sguardo non appare abbastanza penetrante e da ogni inquadratura trapela una sensazione di distacco e freddezza, non imputabile alla buona fotografia di Jean-Yves Escoffier.

Forse Dahl lascia troppo il compito di epater alle performance degli attori, che per fortuna sono tutti bravissimi. A cominciare da Matt Damon, nel ruolo del protagonista Mike McDermon a John Malkovich nella parte di Teddy KGB. Si segnalano anche John Turturro e Martin Landau. Ciò che manca al film è l'approfondimento del conflitto principale del protagonista. E cioè la scelta tra una carriera di avvocato e quella di giocatore più o meno professionista. La contraddizione si manifesta quando il giudice Petrovsky (Martin Landau) afferma che ogni essere umano è scelto dal destino al quale non si può sfuggire. Tuttavia la condizione di Mike è pur sempre una condizione vicina alla patologia per la quale è lecito escludere consapevoli scelte morali. Il conflitto è parzialmente risolto alla fine perché Mike decide di intraprendere la carriera di professionista, per vincere il campionato mondiale di poker che ha in palio un milione di dollari. Come dire che soltanto questa è l'unica strada possibile che non ha niente a che vedere con le situazioni narrate in tutto il film, piene dei soliti cliché di autodistruzione. Chi è il giocatore di poker dunque? Non più un perdente, ma una persona di talento, che può tranquillamente redimersi e fare carriera...

© 1999 reVision, Andrea Caramanna



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