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Rosso Come il Cielo

1h 39'

Regia: Cristiano Bortone



Il destino può assumere le forme di un fucile capace indirettamente di provocare una tragedia. Il problema è quello d’interpretarne la qualità, di dare a questo destino il valore che merita. E’ la piccola lezione morale contenuta in Rosso Come il Cielo, film tratto da una storia vera e che reca la firma di Cristiano Bortone (suo pure il copione a cui collaborano Monica Zapelli e Paolo Sassanelli).
La storia vera è quella di Mirco, che nella realtà fa di cognome Mencacci, ed attualmente è fra i più ricercati montatori del suono, collaboratore di registi come Ferzan Özpetek e Marco Tullio Giordana. E’ una storia che sembra una metafora, drammaticamente perfetta nella sua circolarità allusiva.
Dunque, Mirco (il bravo Luca Capriotti) da vivace decenne appassionato di cinema (all’inizio, il padre lo conduce in piazza a vedere Django di Sergio Corbucci), viene un brutto giorno attratto da un fucile che il genitore tiene esposto su una dispensa. Arrampicatosi mercé uno sgabello, il piccolo perde l’equilibrio rovinando per terra assieme ai piatti le cui schegge in frantumi arrivano a colpirgli gli occhi rendendolo cieco. Il suo handicap Mirco lo paga, nell’Italia degli anni Settanta non ancora conformatasi alle regole delle pari opportunità. Sradicato dalla sua natia, solare Toscana e dalla famiglia, il piccolo è costretto a frequentare un istituto speciale per la sua riabilitazione, il David Chiossone di Genova. Le rigide regole del collegio gestito dai preti sembrano inizialmente frustrare la vivacità creativa di Mirco, che trova consolazione nella complicità dei suoi compagni di sventura. In particolare ci sono Felice (Simone Gulli), portatore dello stesso handicap, e la dolce Francesca (Francesca Maturanza), figlia della portinaia del collegio. Col primo l’amicizia si alimenta attraverso le piccole trasgressioni adolescenziali utili ad acquistare una percezione altra, a sviluppare le potenzialità nascoste di un ascolto diverso, e più intenso, delle cose. Con la seconda, il rapporto è fatto di minimali avventure e di turbamenti impalpabili, di carezze e baci innocenti che provocano i sintomi di un amore non ancora consapevole. A differenza del severo direttore dell’istituto, è la tenera disponibilità di don Giulio (Paolo Sassanelli) ad attivare in Mirco quella disposizione all’avventura solo apparentemente smarritasi dopo l’incidente. E’ proprio lui, infatti, a prestare al ragazzo un registratore a bobine, che diviene presto una scatola magica attraverso la quale è possibile dare forma al mondo circostante, coi suoi rumori e le sue voci prima registrate e poi montate ad arte. Così il buio acquista speciali colori e l’ascolto si fa vista, senso in più. E la realtà finisce col perdere la propria dimensione fantasmatica acquistandone una onirica, quella che consente il gioco affabulatorio, l’invenzione di una fiaba sonora presentata come una fantasiosa recita scolastica da vedere ad occhi spalancatamente chiusi. Anche gli elementi naturali, una volta trasfigurati, si mutano in occasioni di racconto: così Mirco, con l’aiuto dell’amico Felice, ricrea, smontandoli e rimontandoli artificialmente il suono della pioggia dallo scorrere di una doccia, il vento dall’eco di una bottiglia vuota accanto al ticchettio che fa l’acqua piovana quando cade su una foglia (come ci ha insegnato Piavoli). Così il film di Bortone diviene la trasparente evocazione delle qualità musicali che ogni immagine in movimento, reale o immaginata, propone. Ed emblematica risulta la scena degli alunni non vedenti di fronte al grande schermo dove si proietta, al cinema Mignon, un celebre film di Franchi e Ingrassia, Il Clan dei 2 Borsalini, capace di farsi vedere oltre le immagini, di provocare ilarità in quel pubblico così sensibile: la comicità, insomma, come pura musica, per questo percepibile come linguaggio universale.

Rosso Come il Cielo narra una parabola di riscatto, e lo fa con intensità e pudore nel presentarci il successo, alla presenza dei genitori bendati, della recita sonora del simpatico Mirco assieme alla sua prima presa di coscienza politica attraverso un altro personaggio di non vedente, l’operaio Ettore (Marco Cocci), conosciuto dal fanciullo durante una gita in bicicletta con la sua Francesca, mentre è impegnato in una manifestazione di lavoratori alle acciaierie di Genova.
La storia del film ha un riflesso nella realtà del suo protagonista: uscito nel 1975 dall’istituto, Mirco Mencacci ha contribuito, col suo impegno, a far cambiare la legge sbagliata che imponeva la ghettizzazione di quelli come lui in scuole speciali e non, come finalmente accade oggi, nei regolari istituti pubblici che favoriscono, alimentandoli, più armonici processi d’integrazione.
Con un piglio capace di rimandare a certe prove di Truffaut e Comencini, il regista Bortone compone il suo film come una partitura poetica avvalendosi, per la colonna sonora, delle delicate composizioni originali di Ezio Bosso (peraltro autore delle musiche di un’altra bella pellicola dedicata alle sconfitte e alle vittime dell’adolescenza, Io Non Ho Paura di Salvatores). Naturalmente al 45enne Mencacci è spettato il compito di curare in prima persona il suono di questa sua biografia su grande schermo, collaborando col regista anche riguardo alla selezione dei bambini non vedenti utilizzati come comprimari a fianco dei sensibili protagonisti, tutti egregiamente diretti. Rosso Come il Cielo (evento speciale sotto l’egida dell’UNICEF alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma e premiato dal pubblico come migliore film straniero al San Paolo International Film Festival del 2006) è un film coraggioso e raro, attento a calibrare con garbo elementi di dramma e di commedia, prospettandoci come esemplare il percorso esistenziale di un grande artigiano – artista del nostro cinema. Un uomo che è stato capace di rovesciare il segno negativo di un destino avverso, attraverso la forza del gioco creativo, di una fantasia il cui potere, anche quando privato di conseguenze ideologiche, riesce almeno a rivoluzionare le vite individuali, ad una ad una.

© 2007 reVision, Francesco Puma