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Rosetta

1h 30'

Regia: Luc e Jean-Pierre Dardenne



Cannes 1999, come già più volte sottolineato, passerà alla storia come il Festival delle scelte impopolari, e apparentemente incomprensibili. Figlie del suo ispiratore diretto, David Cronenberg, che quella giuria presiedeva. Si può forse essere d'accordo nel considerare eccessiva la quantità di premi riservata a L'Humanité di Bruno Dumont, cineasta sulla cui oscurità difficilmente si riuscirà a fare mai piena luce. La Palma d'Oro di Rosetta trova pronta qualche obiezione solo pensando ai film di Kitano, o David Lynch, rimasti esclusi dal palmares. Qual è il legame tra il regista canadese, e i due ambiziosi fratelli che vengono dal Belgio? L'idea di un cinema portato all'estremo delle sue possibilità percettive, di un cinema-macchina, che sappia leggere la posizione dei corpi nello spazio ed inserirla in un sistema visivo e narrativo.

Il grande regalo che i Dardenne ci fanno è quello di essere dei rosselliniani della post-modernità. Macchina da presa sempre ad altezza d'uomo (di ragazza in questo caso), velocità micidiale, la patina del documentario vero, quello che scardina le robuste porte del reale, su ogni immagine. Raccontano la storia di una ragazza che vive ai margini di qualsiasi cosa. Nascosta in una fetida roulotte, immersa in un campeggio di periferia. Braccata da una vita che le ha negato tutto, e che non le offre neppure la miseria di un posto di lavoro, piccolo punto di partenza per un riscatto personale. Rosetta va di corsa, non a ritmo di techno-music come la teutonica Lola ma portata da gambe insospettabilmente solide. Animale inseguito come in un sofisticato rituale di caccia alla volpe, stanato e percosso.

Si erano distinti, i Dardenne, con un film altrettanto personale, La Promesse, incentrato sul dramma dell'immigrazione. In Rosetta accentuano i toni della loro polemica, e lo fanno con i soli mezzi del cinema. Impastano i colori, ed inseguono i personaggi, con l'intento umanistico di restituirli nella loro interezza. È uno stile di inaudita violenza formale, che scuote alle radici lo spettatore, e a nessuno lascia scampo, perché odora di realtà. La passata esperienza di documentaristi serve ai due fratelli per compilare accuratamente la tabellina della vita vera. Della bressoniana Mouchette, alla quale spesso è stata accostata, Rosetta conserva l'innocenza di fondo, quella che solo violenze culminanti possono dare. Ed un rigore compositivo dell'inquadratura, applicato al contrario. Tanto Bresson è geometrico ed austero, quanto i Dardenne sono asimmetrici e presi dall'horror vacui del piano. A riempire lo spazio sono soprattutto i corpi, porta d'ingresso per la decifrazione del mondo, unica garanzia che si offre allo sguardo. Il resto è rabbia, e solitudine.
Sarà per una inveterata consuetudine al paragone, ma la corsa di Rosetta ricorda tanto quella di Antoine Doinel nei 400 Colpi. Solo che non c'è mare, in questo paesaggio urbano desolante, non ci sono travelling emozionali, ma solo violento sconforto. Un cinema dell'evidenza, non rarefatto, non volutamente poetico, non aperto alla polisemia. La verità è in ciò che vedete. Rosetta, lei, il vento la porterà da qualche parte.

© 1999 reVision, Riccardo Ventrella