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La Mia Vita In Rosa

Ma Vie En Rose - 1h 29'



Pizzi e merletti, raso e taffettà, colori sgargianti e vestiti sbrilluccicanti, è questo il mondo di Pam, eroina di una seguitissima trasmissione televisiva per ragazzi, e del suo fidanzato Ben. Pam è una Barbie in carne ed ossa (ma, ovviamente, ne esiste anche la versione bambola), biondissima, bellissima, felice e spensierata, vive in una dimensione da fiaba fatta unicamente di gioia ed amore. Ogni ragazzina vorrebbe essere come lei, praticamente perfetta, ed avere accanto a sè il proprio Ben, magari sotto una pioggia di cuoricini color ciclamino, e così Ludovic, un bambino di sette anni, un maschietto che ama vestirsi da donna e truccarsi, sognando, perchè no, di poter anche lui un giorno svegliarsi femmina e trasformarsi nella splendida Pam. E' la diversità, infatti, ad essere al centro del lungometraggio d'esordio del regista belga Alain Berliner, non la diversità ambigua, a volte sfacciatamente ostentata, a volte intimamente sofferta, di un adulto, ma quella ingenua e pulita di chi attraversa un'età nella quale, fra certezze apparentemente incrollabili, si è ancora alla ricerca di una propria identità, non di rado anche sessuale.

Il nostro è però un mondo che non appartiene ai bambini ma agli adulti: sono loro che dettano le leggi, che stabiliscono quello che è giusto e quello che è sbagliato, che impongono una realtà in tinta celeste ai maschietti ed una in rosa alle femminucce; sono loro che, spesso per ipocrisia, talvolta per paura, rifiutano il dialogo trincerandosi dietro alla più profonda intolleranza. Ed è così che una inezia può acquistare importanza ed un piccolo problema trasformarsi in tragedia. Per Ludovic i suoi sono desideri realizzabili, per lui, alla sua età, diventare donna può essere tanto normale quanto crescere e farsi grande: niente di strano che ritenga di potersi sposare con Jerome non appena cambiato sesso, niente di strano che anche il suo amichetto preferito creda che tutto questo sia realizzabile ed intrecci con lui un patto d'amore. Niente di strano, quindi, che anche sua madre non si allarmi e viva questo "problema" come la stranezza di un bambino, un gioco fuori dall'ordinario, ma pur sempre un gioco. Ma la società dell'omologazione non può tardare a far sentire il proprio peso ed ecco che, inesorabilmente, la paura del "diverso" prende il sopravvento, con il piccolo Ludovic additato dai vicini, evitato dagli amici, sbeffeggiato dai compagni di scuola (ma sono sempre i grandi, dietro, a muovere i fili), trascinando con sè le sorti dell'intera famiglia.

Nel tracciarne le vicende la mano di Alain Berliner è delicatissima, evitando la benchè minima caduta di tono e scandagliando con leggerezza la psicologia di Ludovic e dei suoi familiari nel difficile percorso dell'autodeterminazione. E se alla fine sembra aprirsi uno spiraglio sulla strada della normalizzazione, non è comunque questo ad interessare il regista o lo spettatore, quanto l'analisi dell'animo umano e le costanti interferenze di fattori esterni.
Ma se La Mia Vita In Rosa riesce a passare agevolmente dai toni spensierati della commedia a quelli cupi del dramma, con gli stessi colori della pellicola a mutare sottolineandone il passaggio, gran parte del merito deve essere attribuito ad un ottimo cast di attori: dal piccolo Georges Du Fresne, credibilissimo in una parte tanto difficile, a Michèle Laroque, la madre di Ludovic, dolce ed energica al tempo stesso, sempre pronta ad affrontare ogni avversità, da Jean-Philippe Ecoffey, suo padre, dalla mentalità ristretta, più attento a prestare attenzione alle chiacchiere del vicinato che disposto a dedicare maggior parte del suo tempo ai problemi del figlio, ad una formidabile Hélène Vincente, nonna moderna ed inaffondabile guidata dall'amore per i suoi cari.

© 1998 reVision, Carlo Cimmino



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