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Robots1h 31'
Regia: Chris Wedge e Carlos Saldanha Il tema classico del viaggio iniziatico dalla provincia alla metropoli si tinge in Robots di echi insolitamente "socialisti":
il trionfo dei diseredati, la supremazia del ceto lavoratore, la sconfitta del Profitto cieco ad ogni rivendicazione dal basso.In questa esplicita lotta di classe tra robot proletari e sbullonati contro automi plutocrati e luccicanti si intravede il ricordo de I Miserabili di Hugo, della rivolta degli schiavi di Spartacus, della tecnologia come causa di squilibri sociali di Metropolis. A tale impianto si aggiunge la figura del "giovane di belle speranze", del piccolo genio artigiano che sfida il gigantismo produttivo delle multinazionali: un soggetto tipico del populismo anni '30 e di tutto il cinema di Frank Capra, poi recuperato e calcato fino al grottesco dai Coen in Mr. Hula-Hoop, e con sottile ambiguità da Zemeckis in Forrest Gump. Rodney, il piccolo eroe della storia, è l'ennesimo clone di Pinocchio, corpo adolescente prigioniero di un'inquieta inarrestabile trasformazione. Pur indirettamente debitore da A.I. di Spielberg-Kubrick, il personaggio del burattino-robot perde qui ogni cupezza disperata, per trasformarsi in un allegro scavezzacollo che alla fine, dopo una giostra di rutilanti quanto innocue avventure, realizza tutti i suoi sogni senza quasi farsi un graffio, sempre spinto in avanti da un solare positivismo che è assolutamente estraneo alle ombrose grettezze della creatura di Collodi. Un dato interessante è che, come i due Shrek, anche Robots si conclude inaspettatamente con una
sorta di ballo-concerto: segno che l'ormai obsoleta forma-musical, nonostante la profonda ristrutturazione linguistica operata in un decennio da Pixar e Dreamworks, continua
a restare avvinghiata ai canoni del cartone animato, come un sogno d'infanzia che non riusciamo a scrollarci di dosso. Ma a parte questi tributi alla tradizione, Chris Wedge
dà il meglio di sé nei momenti in cui l'immagine-azione si spinge ai limiti dell'astratto, come nello sconquassante viaggio della sfera-taxi o nella bellissima sequenza delle
tessere di domino. Per il resto Robots ha un'andatura fracassona, sacrificando ogni ricerca su immagine e narrazione ad un'ansia di iperattività motoria che somiglia
ai momenti meno riusciti de Gli Incredibili. Siamo lontani, insomma, dalle finezze psicologiche de L'Era Glaciale
(precedente lavoro dell'autore), che pure era una palese riscrittura (riconosciuta da pochi) del dimenticato gioiello di John Ford Three Godfathers.Ma in una società dove tre mesi di martellamento pubblicitario bastano a rendere antiquato un telefonino, una chirurgia estetica, un film, la morale anti-capitalista di Robots ha il suo valore e la sua ragione di esistere. E non si può non amare il padre di Rodney quando, dopo aver finito di assemblare suo figlio, esclama: "Ha gli occhi di tua madre e il naso di mio padre... Abbiamo fatto bene a conservare i pezzi." © 2005 reVision, Dante Albanesi |
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