![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
Riunione di Famiglia - Festen: Il Lato ComicoEn Mand Kommer Hjem - 1h 32'
Regia: Thomas Vinterberg Avete presente le cittadine plumbee della Danimarca dei film di Dreyer? Bene, dimenticatele.
Quella di cui parliamo, solare ed accogliente, sta festeggiando i 750 anni trascorsi dalla propria fondazione ed è lo scenario
di un film sui traumi familiari che, dapprima assopiti, riaffiorano in occasione dei consueti rituali collettivi, riscaldando
gli animi infreddoliti all’interno di un’atmosfera che si fa elettrizzante. E’ la fascinosa cittadina dove si svolgono le vicende
di Riunione di Famiglia, il film di Thomas Vinterberg datato 2007 e solamente ora arrivato sugli schermi, grazie alla
benemerita Teodora Film di Razzini e Petrillo, dopo la presentazione al Festival Internazione del Film di Roma dell’anno scorso
nella sezione curata da Mario Sesti "L’altro cinema/Extra". E’un’altra scheggia della vitale cinematografia danese contemporanea
che ancor oggi elabora le resistenti regole del "Dogma ‘95", il manifesto creativo targato Lars von Trier che è divenuto la
base teorico–pratica di uno stile cinematografico perseguito (fino ad un certo punto) dal suo creatore e specialmente dal suo
pupillo Vinterberg. Di scampoli "dogmatici" il film ne esibisce parecchi, a partire dal montaggio veloce, dalla tensione fenomenologica,
dai contrasti cromatici che si stemperano in un curioso impasto drammaturgico in grado di coniugare dramma e commedia. Qui si
enuclea, difatti, "il lato comico" del celebrato Festen – Festa in Famiglia che giocava, fino
alla sgradevolezza, con le teatrali geometrie di Bergman, liberando gli effluvi dei veleni strindberghiani per demolire l’essenza
stessa dell’istituzione familiare e della sua retorica. Allora sembrò che il talento di Vinterberg potesse regalarci altre prove
notevoli: non fu così per il deludente Le Forze del Destino anche se nel successivo Dear Wendy
(girato come il precedente negli Stati Uniti e sceneggiato da von Trier) si notò il piglio di una regia vigorosa e convincente.
Adesso, con questo nuovo film grottesco e pungente, il cui titolo richiama l’imbarazzante crogiolo familiare del fortunato esordio,
s’inanellano alcuni episodi gustosi da commedia degli equivoci in forma di operetta (perché no: di operetta morale), con un
collant musicale assai efficace. Niente "riunione di famiglia" con scabrosi disvelamenti e crolli esistenziali, ma piccoli
terremoti quotidiani raccontati con ironia e quell’amarezza di fondo che fa pensare al mix tragicomico genialmente elaborato
da von Trier regista de Il Grande Capo. Ma si potrebbe citare anche il graffiante Mike Leigh del notevole La
Felicità Porta Fortuna, amarognola commedia dai sagaci risvolti satirici. Il bersaglio per Vinterberg rimane comunque la
famiglia perfetta come ideale da demolire o, se preferite, come rovina di cui esporre le macerie senza pudore.
La festa, se
c’è, riguarda l’anniversario della cittadina e i personaggi appartengono alla piccola comunità alienata di quel posto.
Sebastian (Oliver Møller Knauer) è un giovane cuoco balbuziente che lavora presso le cucine dell’hotel del centro. I suoi
traumi infantili hanno per fondamento il prematuro suicidio sotto le rotaie del padre e la conseguente scelta della madre
(Karen Lise Mynster) di avviare una relazione lesbica con la "zia" Anna (Ulla Henningsen). Nonostante un incipiente assopimento
sessuale il giovane è promesso sposo alla bellissima Claudia (Helene Reingaard Neumann), almeno fino all’entrata in scena di
Maria (Ronja Mannov Olesen), amica d’infanzia di cui Sebastian è stato un tempo perdutamente innamorato, che si fa assumere
nel suo stesso hotel. La passione riaccesa costringe il poveretto tra due fuochi mentre l’occasione del festeggiamento favorisce
la momentanea rimpatriata di Karl Kristian Schmidt (l’attore–feticcio di Vinterberg, l’ottimo Thomas Bo Larsen), un famoso
tenore originario del luogo chiamato a cimentarsi in un concerto all’aperto. Questi è accompagnato dalla moglie Sarah (la grande
Brigitte Christensen che ha lavorato in Italia anche con il nostro Sergio Citti), con la quale non corre buon sangue provocando
scintille e tensioni annuncianti il vero e proprio fulmine a ciel sereno, ovvero la clamorosa rivelazione che Karl è il padre,
creduto morto sotto il treno, di Sebastian. A fare da ironico coro in questo mélo rovesciato, per una festa dove non c’è molto
da festeggiare, sono i cuochi delle cucine che intonano un inno alla sacralità del cibo, incastonato nella frizzante colonna
sonora dal sapore country di Johann Søderquist (il più importante compositore danese) dove trovano un consono spazio evocative
arie da opera.
Sceneggiato dal regista insieme a Mogens Rukov e Morten Kaufmann il film trova la propria giusta temperatura nella flagrante
e materica fotografia di Anthony Dod Mantle (che ha firmato recentemente il premio Oscar The
Millionaire) e nell’efficace, intelligente prova degli attori. Fra loro va segnalata una nuova promessa del cinema
danese, Ronja Mannov Olesen (nel ruolo della passionale Maria, il ritorno di fiamma di Sebastian) che interpreta i disturbi
psicologici del proprio personaggio usando con sapiente misura la propria maschera (osservatela quando fa roteare gli occhi),
facendosi riflesso dell’isteria di Emily Watson nell’indimenticabile Le Onde del Destino, oppure gestendo con grazia
la difficile sequenza in cui il sessantenne Karl legge nella sua inquietudine la possibilità di un incontro erotico che sarà
suggellato in una stanza d’hotel. Questo duello, consumato all’interno di una famiglia che si era perduta e ora si ritrova per
sfasciarsi nuovamente, ha per protagonisti un padre e un figlio ritrovatisi per caso con a fianco una madre tardivamente conquistata
alle delizie di Saffo e un corollario umano distratto dagli intricati accidenti della quotidianità (il resto della trama scopritelo
da soli) mentre l’orchestrina suona inascoltata durante i preparativi della celebrazione.Su questo caos di sentimenti e di nevrosi non si può che stendere il velo dello sberleffo: Vinterberg sa farlo benissimo rendendo i suoi caratteri e la nordica ambientazione universali. Cosicché ci sembra di riconoscere tra le pieghe di quella società distante dominata dall’apatia i tratti dell’italico contesto non meno (allegramente?) fatiscente. © 2009 reVision, Francesco Puma |
|