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L'Amore Ritorna1h 50'
Regia: Sergio Rubini Una meditazione creativa, il processo che logora le salde
strutture dell’entertainment sceneggiato e corretto, la (palin)genesi di un
cinema libero nelle sue possibilità discorsive. Il cinema di Sergio Rubini è
felicemente approdato alla "perfezione" dello spettacolo autentico, registrato
dalla mdp senza ostentazioni varie, tratti buffoneschi o piagnistei
individuali, tra sindromi di Peter Pan e rovelli sessuali. Così se il cinema
italiano, per il suo ottanta novanta per cento è ancora fermo lì, intorno al
noto ombelico morettiano (era l’accusa di Ghezzi a Moretti), Rubini confida
nell’eccesso, spinge le sue maschere verso caricature grottesche e surreali e riesce
a fare un cinema intimo, ancora più personale, portandosi dietro tutte le scorie
del (suo) cinema precedente. Già in L’Anima Gemella si poteva intuire
questa solenne crescita di sguardo che approdava con naturalezza agli scenari
più impensati/interessanti del cinema italiano contemporaneo, quelli anche più
vicino alla terra d’origine di Rubini, insieme a Winspeare (L’Amore Ritorna
è vicinissimo a Il Miracolo) e Piva (parallelo fortissimo con Mio Cognato).
È un cinema che fieramente intreccia il racconto quotidiano di esistenze
"normali" con le apparizioni soprannaturali svuotando il reale di tutta la sua
banale ovvietà da fiction televisiva, con segni ultraterreni sempre più
invadenti, e che determinano la connotazione sostanziale del film. Lo sporgersi
con urgenza alla ricerca di un territorio ignoto, di un Altrove vicino e lontano.
L’esperienza di una dimensione differenziale è fondamentale. Così Luca Florio
(Fabrizio Bentivoglio) deve fare i conti con la malattia, l’invalidità, ma
soprattutto incontrare le pause di riflessione in cui tutto ritorna, nelle
quali, per fortuna, anche l’amore infine ritorna, come dono già dato eppure
perduto lungo la fluidità incandescente, scatenata, oscena, della vita. L’Amore
Ritorna è un sopralluogo dei sentimenti, così facili da incrinare, così
suscettibili di cambiamenti eppure così forti da rimanere come visioni
stralunate nel tempo (una sorta di messa in scena sregolata della memoria).
Certo al di là della capacità di costruire personaggi, nel cinema
di Rubini ritroviamo percorsi visivi e visionari sempre più affascinanti. Le
sequenze che seguono l’apparizione dell’angelo, la cuginetta morta per tisi,
saltellante come un benigno folletto; Luca Florio completamente nudo in una
sala dell’ospedale che incontra il cadavere di se stesso; la lunga corsa della
lettiga tra le strade di Milano. Fascinazioni, suggestioni indimenticabili che
hanno una forza superiore ad ogni altra, possibile, architettura del racconto. L’Amore
Ritorna accenna ad una dimensione autobiografica fermamente legata alla
coralità delle storie, e quindi alle vivaci imprevedibili differenze e pure
agli stereotipi che condannano le diversità irridendole, come nell’efficace
scena in cui si beffeggia l’omosessualità di Picchio (Antonio Prisco). Insomma
un’opera che non contiene alcuna fastidiosa didascalia, o ancor peggio si
riferisce ad un messaggio "importante". Rubini vuole semplicemente narrare,
descrivere, tutti i colori, le sembianze mutevoli, giocose, dello sguardo, e
pure tutti i prevedibili intrecci tra amanti, mogli ed affetti familiari. Ma la
cosa più sorprendente è questa capacità di richiamare i corpi affettivi
familiari e non (e quanto conta la presenza del padre di Rubini!), poco metaforicamente
di fronte al proprio capezzale (che in questo caso rappresenta una riflessione
e un bilancio esistenziale), riunirli e metterli in scena naturalmente davanti
a se stessi, denudandoli del tutto nelle loro particolarità, caratteristiche
vitali, senza il bisogno di smascherarli, di individuare un’altra dimensione
opportuna del segno, ma solo quella "caratterizzante", la più autentica (come
la fissazione per le poesie), la più superficiale e "imprevedibilmente"
drammatica.
© 2004 reVision, Andrea Caramanna |
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