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Ritorno A CasaJe Rentre À La Maison - 1h 30'
Regia: Manoel de Oliveira "Le roi se meurt", il re muore, nella rappresentazione teatrale di Eugène Ionesco; tra le quinte si aggirano, ma fuori scena, alcuni
personaggi, e poi dall'altra parte, in platea, il buio ed il silenzio del pubblico che segue assorto la commedia. Non appena lo spettacolo finisce il primo attore è
chiamato ed informato del grave lutto che lo ha colpito: la morte per incidente automobilistico della moglie, la figlia ed il genero. Sulla scena il re ha a che fare
con il disfacimento del regno, ne racconta i segni terribili, le resistenze improbabili di chi vuol rimanere sul trono, rivendicare "per sempre", comandando al Tempo, il
primato ed invece la sua condizione è già corrotta, irreversibile e disposta al ludibrio ed al compatimento senza rispetto dei suoi cari. La folle - ricordando un altro
titolo di De Oliveira - gloria del comando, vale a dire il senso dell'inganno che si perpetua come diceva Saint Just: "Nessuno può regnare innocentemente". "Ogni re è
colpevole, e per il fatto che un uomo sceglie di essere re, eccolo destinato alla morte" (da "Il re tratto a morte" in Albert Camus "L'uomo in rivolta. La ribellione
come moralità", Bompiani editore).
Ritorno A Casa dispone immediatamente alcuni punti di riferimento, attraverso la moltiplicazione della messa in quadro, vale a dire della cornice dentro la cornice, come in altre opere (i tre atti di Inquietudine), e qui i tre momenti scenici sono quelli di "Le roi se meurt" di Ionesco, "The tempest" di William Shakespeare e "Ulysses" di James Joyce. Da notare che l'ultimo è una trasposizione cinematografica, raffigura il lavoro di un set, la fatica di un attore teatrale su un set cinematografico. I tre momenti sono uniti attraverso il racconto riguardante l'attore Gilbert Valance (Michel Piccoli), il corpo di Gilbert Valance che vive, tra le strade di Parigi e nella sua casa che divide con la fedele governante ed il nipote di otto anni. È interessante riprendere una dichiarazione di De Oliveira a proposito del teatro (dalla monografia di Mariolina Diana, Castoro editore); la riporto integralmente perché credo contenga i punti fondamentali in questione nel film, l'evoluzione di un personaggio, il suo ritratto interiore, attraverso il discorso delle immagini, e quindi non banalmente solo la riflessione sulla senilità: "Si fa del teatro al cinema quando si rappresenta il teatro stesso. Io non l'ho mai fatto. Quel che io faccio è di rappresentare la vita. Ora, la rappresentazione della vita è il teatro. Dunque ciò che io faccio è cinema. Che cosa fa il cinema? Filma lo spettacolo della vita oppure filma lo spettacolo della scena. Sono due cose distinte: la vita da una parte, e la scena, cioè il teatro, dall'altra. Di conseguenza uso il termine "teatro" in opposizione alla parola "vita". La vita è la rappresentazione vitale, mentre il teatro è una rappresentazione falsa, una ripetizione della rappresentazione vitale. La vita è ciò che noi tutti viviamo, il teatro è ciò che ripete la vita. Il teatro è la rappresentazione della vita, e io lo definisco in opposizione alla vita. Nella vita le cose si sviluppano spontaneamente, naturalmente, fatalmente. Il teatro non può esistere senza la vita, bisogna che le cose gli preesistano perché possano essere rappresentate. Come se la vita fosse sulla scena, quando invece non c'è. Ecco il teatro. Tutto ciò che vive senza esser la vita". Potremmo inferire che il personaggio di Gilbert Valance non sappia recitare i tempi della vita come se fosse a disagio, e per questo
tentasse di fissarli in un copione che si ripete senza tante variazioni e senza inquietanti sussulti. I momenti di vita sono così composti in maniera alquanto curiosa, o
almeno comunicano un impaccio insuperabile. Poiché manca un copione, la vita è costituita da episodi che si succedono casualmente. Dimostrazione ne sarebbero gli episodi
"insoliti" che sorprendono Gilbert Valance. Quando rimane a lungo ad ammirare un disegno in una vetrina ecco che la proprietaria o forse la commessa (tutta la scena è muta
e fornisce solo essenziali ma importantissime informazioni) si accorge della sua presenza, lo riconosce e gli chiede anche un autografo. Nel frattempo, Gilbert Valance è
avvicinato da altre due ragazze. Anche queste lo riconoscono e chiedono velocemente l'autografo. La scena si chiude con una smorfia di sorpresa sul volto di Gilbert Valance:
come è buffa la vita, davvero è ricca di insoliti stupori. E non è forse un altro, brutto, evento imprevedibile, la rapina che subisce? La rapina che, raccontata al suo
agente, si identifica quale brano di scrittura (teatro che segue la vita) in cui ravvisiamo l'inedito lato comico per il fatto che il ladro abbia lasciato la vittima senza
scarpe. Oppure l'invenzione, la fantasia fervida dell'attore o semplicemente l'umore mutevole che spinge a raccontare una bugia. Ma noi sappiamo che è tutto realmente
successo al personaggio. Le scarpe funzionano come indici? Rimandano a uno spazio sconcertante, quasi inconoscibile. Così l'inquadratura che ci fa vedere le scarpe nere al posto di quelle marroni appena acquistate. Il lungo dialogo tra le scarpe è fissato in una inquadratura che indugia sino a proporci l'immaginario di un altrove che meravigliosamente si scosta dall'inquadratura successiva, quella classica in cui due uomini parlano seduti al tavolo di un bar. L'inquadratura delle scarpe non è più un inserto, una tipologia del particolare, ma un'indicazione a sé, un momento autonomo dello spazio scenico i cui rimandi finiscono per essere nebulosi e variabilissimi. Ancora il bar è lo spazio che ripropone molte letture. Il passaggio misterioso di alcuni personaggi sembra suggerire molte riflessioni di vita. Tre personaggi, ancora il tre, e tre giornali diversi, tre mondi diversi: Liberation, Le Figaro, Le Monde. I tre personaggi si alternano allo stesso tavolo ad orari successivi. Ciascuno sembra interpretare la sua parte, e si sente a suo agio, è sicuro nel recitarla, mentre improvvisamente si smarrisce quando un evento, ma siamo nella vita, irriducibile ad ogni ordine esterno, complica il corso che sembrava naturale. Il personaggio non sa più che fare, quando il suo tavolino è occupato da un altro cliente. È indispettito, furioso, l'idea di sedersi altrove lo disturba, fino al punto che tenta ridicolamente di tornare al tavolo che preferisce non appena lo scorge libero, ma ecco giungere il terzo avventore. Puntuale, adesso il primo cliente è completamente fuori tempo, è in balia della imprevedibilità della vita. Altra originale notazione riguarda i titoli dei giornali. Perché lo stesso titolo su Liberation laddove doveva essere diverso, giacché Gilbert Valance lo legge chiaramente in due giorni differenti? Potrebbe essere il segno manifesto di una sostanziale immobilità, il segno della fallacia di questi uomini, tradita da quel titolo-segno uguale, vale a dire che essi potrebbero benissimo leggere lo stesso giornale, poiché ciò che importa per loro è aver ritualizzato gli aspetti minimi delle loro vite. Quindi la frequentazione dello stesso bar, lo stesso tavolino, lo stesso cameriere che salutano alla stessa maniera e al quale consegnano il denaro, probabilmente una mancia allo stesso modo, gli stessi tempi per la consumazione, gli stessi gesti per prendere il giornale e leggerlo forse alla stessa pagina (tanto è vero che il cliente di Le Figaro è disturbato proprio dal fatto di non poter distendere il giornale sul piccolo tavolo). Per Gilbert Valance questa prassi di vita che lui chiama la sua "solitudo" continua nell'abitazione, dove ogni gesto si ritualizza. Uno per tutti è il momento in cui osserva dalla finestra della sua stanza da letto il nipote mentre si prepara ad andare a scuola e la governante con la medesima sollecitudine apre la borsa per introdurvi la merenda che il bambino è solito dimenticare. È l'ultima rappresentazione scenica a colmare la riflessione e a condurla verso il suo limite e vicino a congrue conclusioni. Se la morte del re e Prospero facevano riferimento al tempo sognato e alla vita vissuta "in scena", o meglio alle percezioni che inevitabilmente precipitano nella età avanzata verso un bagliore fulminante ed una luminosità e consapevolezza insopportabili, nell'Ulisse si manifesta l'impossibilità di una lettura univoca e di una posizione precisa e il baratro definitivo. Innanzitutto il metodo di lavoro diverso, del cinema, comporta quell'incessante moltiplicazione della scena, la frantumazione che è anche intrinseca alla stratificazione inesauribile del testo joyciano. Lo scacco per Gilbert Valance arriva, non soltanto come preavviso, prefigurazione nella difficile ipotesi di un'altra lingua, l'inglese, da sposare ed assimilare subito, perché il tempo di produzione del cinema, il tempo del Denaro (peraltro non accettato da Valance quando rifiuta l'offerta televisiva), non ammette perdite. In secondo luogo l'impasse della battuta. L'errore sopraggiunge sempre al medesimo punto. Gilbert Valance commette sempre gli stessi errori. È il momento allora di ritirarsi, di tornare a casa, e farsi scorgere dal nipote come il re, infine, nudo. © 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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